Gerardo Marotta amava circondarsi di giovani. Era ieratico ma non incuteva soggezione. “Diffido di chi è troppo ben vestito”, rispose a chi gli chiedeva il motivo del suo look essenziale. A tavola se accompagnato con giovani, era capace di trasgredire alla regola alimentare monastica di riso in bianco e verdure, magari concedendosi un gelato al limone.

Cercava la comunione empatica e per farsi comprendere alternava ai noti, memorabili J’accuse, deliziose parabole. Tra le più gettonate, l’inchiesta condotta personalmente a Brienza sulla popolarità di Mario Pagano o l’apologo del ciuccio, con il quale rampognava i professionisti che pure lo applaudivano, perché dediti al bieco guadagno, descritti come asini intenti ad accumulare biada. Vi contrapponeva la statura dei suoi eroi: i Cirillo, i Pagano e ne raccontava per l’ennesima volta l’epopea, la formazione anti accademica, la libertà di pensiero.

“Avere vite capaci di esempio”, questo è stato l’insegnamento e l’augurio di Marotta ai giovani, in un’incessante semina che avrebbe un giorno maturato il suo sogno: un Pagano, un Gennaro Serra per ogni scuola, per ogni classe, per ogni generazione. Quando tutto sembrava sprofondare nei debiti, ripartiva con le “Acropoli dei Giovani”. Una nuova stagione che seguiva ai corsi estivi ed a tante iniziative intraprese negli anni passati in quel territorio meridionale che poco o malamente comprese il messaggio del 1799 e che ne fu per sempre orfano, per rimanere preda della reazione sanfedista.

Un conto da saldare, un’altra missione da intraprendere per spiegare la libertà di pensiero a generazioni che forse vedeva in pericolo o culturalmente annichilite. Voleva fare dei cittadini, prima che dei filosofi. Da ultimo parlava con pessimismo di crollo dell’Europa e a chi gli chiedeva cosa ancora restasse da fare, rispondeva serenamente: “Per me, ora, bisogna morire”. È stato un filosofo dalle mani mai conserte, un esempio.