Un anno fa Giulio Regeni, un giovane ricercatore italiano, veniva ucciso al Cairo. Un anno dopo sulla sua morte non si sa molto di più. Le responsabilità del governo di Al Sisi sembrano certe ma la storia è ingarbugliata, piena di false piste, bugie, depistaggi, coperture e chissà cos’altro. Aspettando una verità che magari non sapremo mai o una presa di posizione del nostro governo, mando un abbraccio alla famiglia Regeni e vi ripropongo le due pagine di reportage che ho realizzato la scorsa primavera dall’Egitto per il Fatto Quotidiano. Per ricordare Giulio e i tanti come lui, vittime di altre brutalità, in Egitto oppure no. Che siano italiani oppure no.

Ci sono alcune storie che vanno disegnate con mano leggera, per tante ragioni. Non sono storie chiare, con il bianco e il nero netti e precisi, ma sono piene di sfumature che non permettono di capire dove inizia il bene e dove finisce il male. Storie che riguardano vite che non conosciamo e sensibilità che saranno toccate dal modo in cui le raccontiamo. E quindi bisogna raccontarle piano. Ho seguito la vicenda di Giulio Regeni fin dall’inizio, comodamente seduto alla mia scrivania, matita e penna in mano, dalla finestra del mio pc: Al-Sisi il dittatore col cappellone e gli sgherri col manganello, l’Egitto un luogo che avrebbe anche potuto non esistere nella realtà. Verso febbraio una mia vignetta su Al-Sisi è stata esposta a una manifestazione organizzata dagli studenti delle American University del Cairo: in quel momento ho avuto l’impressione che il mio premere tasti al computer e tracciare linee su un foglio potesse ripercuotersi migliaia di km più in là, in un mondo reale, in un paese vero, su persone concrete. Ho iniziato a programmare un viaggio al Cairo, sempre posticipato tra paure, allarmi ed “è meglio lasciar perdere”. Poi sono partito.

Sono partito senza la pretesa di capire nulla e alla domanda “cosa pretendi di scoprire?” scrollavo le spalle. Niente. Io volevo vedere, volevo sentire, volevo mettermi in gioco un po’ di più, e non so se ci sono riuscito. Probabilmente no, ma non è importante.

Voglio ringraziare le persone che mi hanno aiutato, non farò i nomi per non dimenticare nessuno ma sono state molte e ognuna a suo modo. E un grazie a tutti gli amici e lettori che mi hanno scritto dopo aver letto il reportage, per farmi complimenti, esprimere perplessità, darmi il loro parere, farmi notare dei punti incerti, chiedermi informazioni.

Voglio ringraziare per quella telefonata che ha sciolto ogni dubbio rispetto a quale potesse essere stato il risultato e l’impatto di queste due pagine su un tema tanto difficile, l’unica telefonata che potesse farmi capire che davvero aveva un senso farlo e che forse era stato fatto nel modo giusto. Sempre perfettibile, ma giusto. E grazie a chi mi ha fatto capire che a volte si arriva a un punto in cui non possiamo cambiare le cose in alcun modo, ma solo aspettare che le cose cambino. Che è poi la tragedia o la fortuna di questa vita: cambia continuamente.

Beh, buona lettura e benvenuti al Cairo.

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Qualche Extra

Chiaramente non ho potuto raccontare tutto quello che avrei voluto, quello che è successo ho spesso dovuto zipparlo. Quindi vi propongo una veloce fotogallery per commentare i vari momenti disegnati nelle due pagine.

L’ingresso in Egitto

Sono entrato con visto turistico (anziché giornalistico, sennò ciao) al costo di 25 euro (più o meno). Le info reperite in rete prima del viaggio erano incerte. Nel 2015 la procedura del visto in aeroporto era stata abrogata ed era possibile entrare nel paese – anche solo per turismo – soltanto ottenendo il visto in ambasciata. Poi questa nuova normativa è stata a sua volta abrogata – da quanto ho capito – o comunque rimandata a data da destinarsi. Fatto sta che si può prendere il visto in aeroporto e punto. Accanto a me, in aereo, c’erano un ragazzo italiano – architetto – che stava lavorando a un progetto di non so che scultura sul Mar Rosso. E un ingegnere olandese che viaggiava per lavoro e che mi ha aiutato a compilare il modulo per il visto perché sono incapace. Altri italiani erano lì per lavoro e alla loro prima volta in Egitto, quindi inutili per avere informazioni.

Il volo Egyptair

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Sono tornato dall’Egitto, come si vede nel tagliandino che accompagna il titolo del reportage, la sera del 18 maggio. Quella notte è precipitato il volo Parigi-Cairo per cause ancora non chiarite ma che di certo non invogliano i turisti a visitare l’Egitto.

La polizia

La polizia era effettivamente ovunque. Una mattina, la mattina del 18 maggio, la città era un viavai di sirene e camionette della polizia. Non ho capito il perché (figurarsi se capisco qualcosa). So solo che cambiavo continuamente via e me le ritrovavo sempre davanti. Queste camionette trasportavano prigionieri e ne ho viste molte in diversi punti dalle parti di Bab El-Shaaria. Con molta discrezione, e fingendo di telefonare, ho scattato una foto (le camionette sono due: una grigia superblindata e una verde, nell’angolo in basso a destra)

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Il Mogamma

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E’ l’enorme edificio che si vede nel mio selfie di Piazza Tahrir (ed è anche la ragione di quel selfie). Volevo fotografare questo enorme palazzone governativo dove lavorano circa 20.000 persone ed è davvero impressionante. Se dovessi ambientare un racconto di Kafka, lo ambienterei lì dentro.

I graffiti in via Mohammed Mahmoud

La principale ragione per la quale volevo visitare il Cairo. Qualcosa è rimasto. Ma non sono quelli che cercavo.

Questo è un fotoconfronto tra la foto da me scattata in via Mohammed Mahmoud e quella che vari siti (da Ansa a Repubblica passando per Vice) raccontavano come “il muro con il volto di Giulio” (insieme a quella di Berlino). Come si vede: niente volto né altro (né è un muro ritinteggiato). Era chiaro che fosse semplice Photoshop ma tentar non nuoce.

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Le piramidi

Visitare le piramidi in perfetta solitudine è un’esperienza che in questo momento storico l’Egitto permette di vivere con estrema facilità. Ciononostante ho comunque beccato quello che si fa la foto buffa con la sfinge.

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I datteri

Non è vero, non ho comprato quei maledetti datteri della dannata nonnina. Ho invece comprato un po’ di giornali pieni di Al-Sisi. I titoli (tradotti da Reham) suonano tipo “Chi complotta contro il presidente?”.

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Le modifiche

Il tempo per lavorare a due pagine così è sempre molto ristretto, non hai tempo per metabolizzare o riflettere. (Anche se rispetto alle due pagine su Bruxelles, che ho iniziato e chiuso in 24 ore, questa è stata una crociera).