Far correre dei rischi ai propri clienti serve ad alfabetizzarli dal punto di vista finanziario. A esprimere questo inedito concetto è Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane, nel corso di un’audizione alla Camera sulla vicenda dei fondi immobiliari distribuiti allo sportello nel 2005 che hanno causato enormi perdite ai sottoscrittori. Certo, all’epoca la Mifid non era stata ancora varata (ma in ogni caso prodotti ad alto rischio non avrebbero potuto essere venduti ai piccoli risparmiatori). E all’epoca Caio non era neanche alle Poste, bensì alla Cable & Wireless. I prodotti sono stati collocati quando a capo dell’azienda c’era Massimo Sarmi e questo spiega la ragione della siderale presa di distanza da un episodio che, di fronte alla Commissione Finanze e Trasporti, Caio fa risalire addirittura “alla notte dei tempi” (quando in realtà si tratta di appena 11 anni fa) e cerca di minimizzare in tutti i modi possibili per ridurne l’impatto reputazionale. Come? Spacciandosi da semplice “collocatore” di fondi ideati e gestiti da altri, come se per il collocamento di questi prodotti Poste non avesse percepito alcuna commissione, e sostenendo che il valore complessivo dei quattro fondi immobiliari venduti allo sportello ha rappresentato appena lo 0,2% della raccolta complessiva di Poste italiane, una cifra tutto sommato marginale. Detta così sembra niente, ma stiamo parlando di 850 milioni di euro su cui Poste ha lucrato una commissione a due cifre, mentre i sottoscrittori si ritrovano ad aver perso oltre l’80% del capitale investito, dato che entro fine marzo il fondo immobiliare Irs liquiderà 390 euro per ogni quota acquistata a 2.500 euro. Se si considera che all’inizio il fondo ha distribuito 658 euro di dividendi la perdita risulta un po’ calmierata, ma è comprensibile la rabbia dei sottoscrittori nei confronti di Poste che ha collocato senza scrupoli prodotti ad alto rischio a una clientela abituata a investire in Buoni fruttiferi e libretti di risparmio.

Per marcare la differenza rispetto alle precedenti gestioni, Caio sottolinea davanti ai Parlamentari che “noi non possiamo e non vendiamo prodotti a rischio a clienti che non abbiano completato la procedura Mifid”. Non solo, tra le misure per prevenire il cosiddetto “mis-selling” sono stati posti ulteriori “vincoli forti su base di profili demografici, di istruzione e anagrafici”, con un’attenzione particolare alla tutela degli anziani. Sarà, ma le abitudini del passato sono dure a morire, come testimonia la multa comminata da Consob nel 2015 perché il gruppo tra il 2011 e il 2014 “ha orientato la propria clientela su specifici prodotti o categorie di prodotti non considerandone i bisogni reali”. Un’aperta violazione della Mifid (che nel frattempo è entrata in vigore), tanto più che all’epoca della sanzione solo un terzo della clientela risultava profilata. Che poi quei profili rispecchiassero o meno la realtà è un altro discorso: secondo i dati diffusi dal Movimento difesa del Cittadino (che segnalò le violazioni di Poste alla Consob), “addirittura il 91% della clientela con la licenzia media rientrerebbe tra i soggetti cui si potrebbero vendere  prodotti più sofisticati”, mentre “l’80% dei clienti sopra i 70 anni” avrebbero “comprato una polizza index-linked”. Per le gravi violazioni della Mifid di cui sopra, Poste Italiane ha pagato una sanzione irrisoria: 60mila euro. Sarà questo che fa dire oggi a Caio che “quando si percepisce il rapporto con il regolatore come una fonte di vantaggio competitivo il mondo cambia”? Dov’era Consob quando Poste collocava i fondi immobiliari alla sua clientela? E dov’è oggi, quando allo sportello viene venduto di tutto?