Se si prendono per buoni gli annunci, la presidenza Trump ha già messo a segno dei bei colpi nella sua battaglia per riportare in patria investimenti, produzioni e posti di lavoro. Quanto ci sia di furbizia e opportunismo nelle dichiarazioni di alcuni manager è tutto da scoprire, ma almeno sulla carta i primi risultati ci sono. In primo luogo nell’industria automobilistica, una delle prime a finire nel mirino del nuovo inquilino della Casa Bianca per le pratiche di delocalizzazione con conseguenti minacce di dazi doganali. Nel giro di pochi giorni i tre big a stelle e strisce hanno così annunciato investimenti sul suolo americano e nuovi posti di lavoro.

La prima a muoversi è stata Ford, che nei primi giorni del 2017 ha annunciato l’annullamento della costruzione di un nuovo stabilimento in Messico dirottando una parte dell’investimento previsto di 1,6 miliardi sulla fabbrica di Flat Rock in Michigan che verrà ammodernata e ampliata. Pochi giorni dopo il numero uno di Fiat Chrysler Sergio Marchionne ha affermato che FCA investirà 1 miliardo di dollari negli stabilimenti di Michigan e Ohio creando 2mila nuovi posti di lavoro per la fabbricazione delle jeep Wagoneer. Marchionne non è nuovo ad annunci roboanti, basti ricordare l’ormai dimenticato piano “fabbrica Italia” da 20 miliardi di euro . La forza contrattuale della Casa Bianca è altra cosa rispetto a quella di Palazzo Chigi, tuttavia va detto i piani presentati non contengono sostanziali novità rispetto alla precedente strategia su prodotti e localizzazioni produttive. Il tempismo degli annunci è comunque valso a Ford e Fca un ringraziamento pubblico, rigorosamente via twitter, da parte del nuovo presidente.

Un po’ più recalcitrante, alla fine anche General Motors ha dovuto annunciare il suo gesto patriottico: un miliardo di investimenti aggiuntivi rispetto a quanto già pianificati e 1.500 nuovi posti all’interno dei confini nazionali. L’impegno più grosso è arrivato però dai giapponesi di Toyota con un piano da 10 miliardi di dollari in 5 anni che saranno usati per modernizzare dieci siti negli Usa e aprire un nuovo impianto a Dallas. A loro volta i sudcoreani di Hyundai a loro volta hanno messo sul piatto 3,1 miliardi in cinque anni e un nuovo stabilimento. Se queste cifre venissero confermate dai fatti, da qui al 2022 l’industria delle quattro ruote dovrebbe quindi investire negli Stati Uniti una quindicina di miliardi e creare alcune decine di migliaia di posti di lavoro. Per ora resistono alle minacce di dazi e restrizioni i colossi tedeschi. Bmw ha affermato che non rinuncerà alla sua produzione messicana che serve per il mercato globale e non solo per gli Usa. Allo stesso modo Volkswagen ha per ora risposto picche alle sollecitazioni di Trump. Cosa devono fare gli Usa per vendere più auto e aumentare la loro produzione? “Semplicemente costruire macchine migliori”, ha risposto con logica disarmante il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel in difesa dei due colossi tedeschi e contro la logica dei dazi.

Un altro pezzo da novanta del made in Germany, ma in questo caso della chimica farmaceutica, ossia Bayer, ha invece fatto sapere che intende investire 8 miliardi di dollari negli Usa nei prossimi 6 anni creando 3.000 nuovi posti. Gli analisti sono però piuttosto scettici sulla reale sostenibilità del piano. La mossa ha un sapore molto politico. Bayer è infatti alle prese con la gigantesca acquisizione (66 miliardi di dollari) della multinazionale americana di biotecnologie agrarie Monsanto che attende ancora il via libera dell’antitrust statunitense. In termini di posti di lavoro la “bomba” è arrivata però dalla Cina. Il numero uno del colosso dell’e-commerce Alibaba Jack Ma ha incontrato Trump e ha promesso che i piani di sviluppo della piattaforma on line negli Stati Uniti favoriranno la creazione di un milione di posti di lavoro nei prossimi 5 anni. Forse punta nell’orgoglio, l’americana Amazon ha replicato annunciando la creazione diretta di 100mila posti di lavoro a tempo pieno entro il 2018 distribuiti in tutte le aree del paese. Da un altro colosso della new economy come Apple è invece per ora arrivata solo una tiepida apertura all’ipotesi di portare in paria la produzione di i-phone oggi realizzata in larga parte nei giganteschi stabilimenti della taiwanese Foxconn. In ogni caso il valore delle promesse fatte a Trump sale così oltre i 20 miliardi di investimenti nel quinquennio e centinaia di migliaia di posti del lavoro.

Oltre a questo tesoretto di stette di mano, la nuova amministrazione beneficerà in una qualche misura anche dalla dote dei contenziosi avviati e chiusi da Sec e agenzia per la protezione dell’ambiente durante il mandato di Obama. Va precisato però che le sanzioni vengono in larga parte destinate al risarcimento delle vittime di irregolarità scoperte e sanzionate, e solo marginalmente finiscono al Tesoro. Dei 7,2 miliardi che Deutsche Bank pagherà all’omologo della nostra Consob per vicende legate ai mutui subprime, 4,1 si tradurranno ad esempio in risarcimenti e agevolazioni ai consumatori mentre gli altri 3 miliardi di sanzione civile saranno gestiti dalla commissione probabilmente per finanziare fondi di ristoro per le vittime. Lo stesso vale per i 5,2 miliardi di euro patteggiati da Credit Suisse con il dipartimento di Giustizia, gli oltre 860 milioni che verserà l’agenzia di rating Moody’s o la gigantesca multa da circa 20 miliardi che pagherà Volkswagen per i vari capitoli del diesel gate tra sanzioni penali, civili e risarcimenti. Della prima maxi tranche da quasi 15 miliardi di dollari il grosso (10 miliardi) è stato destinato ai risarcimenti, il resto a fondi per investimenti in tecnologie pulite.