C’erano più di un milione di nasty women sparse ieri in America, non solo a Washington e a New York. Una fiumana di “esseri umani” che è scesa in strada a marciare per i diritti degli ultimi e non solo per quelli delle donne. Ho guardato gli interventi con le miei figlie, hanno otto e sei anni, non so quanto abbiano capito, quanto abbiano trattenuto, ma sono felice che a loro modo siano state parte di questo momento storico.

Guardando i volti che si avvicendavano sul palco, non c’era quella sensazione di speranza, di fiducia verso il futuro che spesso accompagna eventi importanti su grandi tematiche sociali. No. L’aria sul palco di Washington era un’aria pungente: c’era rabbia, sfida, risolutezza. C’era la voglia di rimboccarsi le maniche, c’era il fremito di un lavoro imminente, enorme, da fare già da oggi.

Non è il momento di fare le timide, di parlare con voce sommessa, per usare le parole di Michael Moore anche lui sul palco, è il momento di mettersi in prima fila e organizzarsi. Si è usata molto questa parola. Organizzarsi nelle comunità, entrare nelle circoscrizioni, nelle associazioni, fare gruppo, fare rete. Fight, lottare. Ma soprattutto resistere.

Sul palco non c’erano donnine spaventate, incapaci di prendere una decisione, schierarsi, bisognose di un appoggio. C’era una diversità colorata, inclusiva, bellissima. C’erano professoresse, immigrate, lesbiche, transgender, clandestine, ex detenute, vittime di stupri, attrici, avvocatesse, sindache, senatrici, poetesse, musiciste, suore. Nessuna, mai nemmeno per un attimo, è scivolata nel vittimismo, nella commozione da giornale rosa; la folla ha ascoltato testimonianze di resistenza, di riscatto, lo slancio di esserci per costruire il mondo di domani.

Si è parlato molto, moltissimo di Planned Parenthood e del tentativo (già in atto) di smantellare le sue cliniche, di mettere le mani ancora una volta sull’utero delle donne, di sabotare il loro diritto di riprodursi, di scegliere, di amare. Queste donne non indietreggeranno di un millimetro, potete scommetterci. Quella di ieri è stata una manifestazione nera. Poche le donne bianche sul palco. Tante le intellettuali e artiste con il capo coperto, fiere di essere islamiche, di osservare una fede oggetto di una violenta repressione negli ultimi anni.ù

Sul palco c’erano le madri dei ragazzi uccisi ingiustificatamente dalla polizia negli ultimi anni. Hanno gridato al cielo il nome dei loro figli, una indossava la maglia con le ultime parole di suo figlio mentre veniva soffocato: “I can’t breathe”. La folla ha gridato i loro nomi. Angela Davis ha ricordato i prigionieri politici ancora in cella dopo quasi quarant’anni: Leonard Peltier e Mumia Abu-Jamal. Si è parlato dell’accessibilità dell’acqua, di Standing Rock e dell’usurpazione del suolo dei nativi americani da parte delle multinazionali, delle minoranze, dell’odio razziale, religioso, a sfondo sessuale.

Ieri le donne hanno urlato il loro sdegno e invocato i diritti per gli ultimi. Non solo per se stesse, non solo per le donne. Ecco cosa sono capaci di fare le donne, generano vita, amore e guardano anche al benessere degli altri. Come le suffragette americane più di cento anni fa, che combatterono con lo stesso vigore per l’abolizione della schiavitù, non solo per ottenere il diritto al voto.

Mentre le manifestazioni si svolgevano nelle strade, Trump teneva un incontro alla Cia in cui palesava i propri limiti intellettuali e la sua incompetenza politica. Ha ignorato la protesta accusando la stampa di mentire e manipolare le informazioni. Puoi silenziare nella tua testa il vocio di sottofondo che hai per forza sentito, ma non puoi zittire queste grida che paura non hanno. Non sono voci di bambine che puoi comprare con una caramella o con una bambola.

La manifestazione di ieri è stata emozionante, potente, un concentrato di idee che ha valicato razze, generazioni, religioni, orientamenti sessuali. La marcia delle donne è arrivata a Washington, ma il primo passo comincia oggi.