I tabloid esultano per il discorso apparentemente duro del primo ministro inglese, che però non ha chiarito su quali basi intende trattare con la Ue. La promessa del “risultato migliore” resta un mantra senza contenuto. E l’attuale buona salute dell’economia deve fare i conti con il medio periodo.

di Gianni De Fraja (da www.lavoce.info)

Il discorso della premier

Nel suo discorso di martedì 17 gennaio il primo ministro inglese ha illustrato la posizione del suo governo sulle trattative per l’uscita dall’Unione Europea. In realtà, chi l’ha ascoltata non ha di certo le idee chiare su cosa potrà succedere nei prossimi anni.

La stampa ringhiosamente sciovinista del Regno Unito esulta tronfia per il discorso di madam May, che ha proposto dodici punti fissi sui quali saranno basate le negoziazioni tra l’Ue e il Regno Unito dopo la richiesta formale di divorzio ai sensi dell’articolo 50.

I punti sono uno straordinario esempio di un governo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte. I social network si sbizzarriscono nelle parodie dell’atteggiamento del governo: vogliamo entrare nel vostro club di biliardo, ma non vogliamo pagare per giocare. Vogliamo anche che cambiate le regole e adottiate quelle che piacciono a noi. E non solo, vogliamo anche che non vi arrabbiate se ci passa la voglia e smettiamo di giocare e ce ne andiamo a metà partita.

Gli antieuropeisti, dal Daily Telegraph al Daily Mail, già cominciano a lamentarsi delle potenziali concessioni all’Europa, e, come hanno fatto incessantemente dal 23 giugno, continuano ad aumentare le pretese. Questi giornali bombardano i loro insulari lettori: guardate, dopo il voto del 23 giugno non si sono aperte voragini nei campi, non ci sono stati sciami di locuste, le montagne del Lake District non sono diventate venefici vulcani, né si son mossi iceberg a bloccare la foce del Tamigi annegando ogni persona a Londra: le previsioni dei cosiddetti esperti si son rivelate una malvagia fantasia. Come sessantottini in corteo, vogliono tutto e subito, ma, al contrario dei sessantottini, ottengono davvero tutto quel che vogliono, serviti su un piatto d’argento da un governo terrorizzato.

“Non abbiamo bisogno di voi”

Ci sono due temi che emergono dal discorso di Theresa May. Il primo è che il governo cerca chiaramente di mettersi nella posizione negoziale più forte possibile, e dice all’Ue, in termini chiari e tondi, “non abbiamo bisogno di voi”. In effetti, oggi i rapporti di forza relativi tra Regno Unito e Ue sono tanto a favore del primo quanto mai potrebbero esserlo in un punto diverso del ciclo economico. Data l’idea cretina di indire un referendum, la scelta del momento in cui far votare il Paese si è rivelata involontariamente lungimirante: il governo era piuttosto popolare, quindi era realistico ritenere di poter convincere un numero sufficiente di elettori a votare a favore dell’Ue. Il bastone fra le ruote è stata la comparsa di Jeremy Corbyn. Cameron contava sul voto compatto dei laburisti, molti dei quali invece hanno seguito il loro tiepido, se non contrario, leader.

La transizione avviene ora in un momento in cui l’economia britannica è in ottima forma. Dovendo negoziare un divorzio difficile, meglio farlo da una posizione di forza piuttosto che nel mezzo di una recessione. La disoccupazione è a minimi storici, nonostante il libero accesso degli immigranti europei, le sacche di povertà, per quanto ampie, sono nascoste e relativamente silenziose, vista anche la flebile opposizione in parlamento. E i mercati tengono, sia quello del cambio, sia quello azionario, apparentemente dando ragione a chi sostiene che Brexit costituisce un’occasione per il Regno Unito. Ma, dati i rapporti di forza nel medio periodo, dire “non abbiamo bisogno di voi” è pura insulsa sbruffoneria.

“Faremo del nostro meglio”

L’altro leitmotiv del discorso di May è la vacua e prolissa ripetizione della promessa di cercare di ottenere il risultato migliore per il Paese. Rafforzeremo l’unione con la Scozia. Come? Non costruiremo blocchi di frontiera con l’Irlanda: ma l’Irlanda resta nella Ue. Speriamo di ottenere il miglior risultato possibile per i cittadini che già si trovano nel Regno Unito. È facile, madam May, basta dire che possono restare. Lasceremo il mercato comune, ma cercheremo di ottenere i migliori termini possibili per il paese. Anche la Corea del Nord ottiene i termini migliori che può.

In altri parti del discorso Theresa May si è trasformata nel duo Dottor Jeckyll e Mr. Hyde: “Non vogliamo immigrazione incontrollata”; “ma ogni immigrante individuale sarà sempre benvenuto come un vero amico”. “Rafforzeremo le leggi Ue per dare più diritti ai lavoratori” dopo aver dichiarato di voler “rigettare l’autorità della Corte di giustizia dell’Unione europea”, perché “il parlamento di Westminster è sovrano”, salvo poi impedire ai deputati di votare sulla decisione di invocare l’articolo 50. Intendiamo collaborare con i nostri vicini europei, dice Jeckyll, salvo poi venir contraddetto dal diabolico Mr. Hyde, che minaccia di trasformare il Paese in un colossale paradiso fiscale.

Insomma, nonostante la promessa che il discorso, tenuto non a caso nello stesso palazzo in cui la signora Thatcher espose al paese il suo sogno per l’Europa, avrebbe fatto chiarezza e spazzato via la confusione, nessuno può ancora dire di sapere davvero cosa intenda il governo di sua maestà per Brexit.