Il problema è l’abitudine. Per tutti noi (giornalisti compresi che gli altri giornali li leggono, e li usano, massicciamente), l’informazione on line è libera, aperta, gratuita. Nei giornali on line si può trovare tutto, il pezzo di cronaca come l’inchiesta, il commento come la vignetta. Dal punto di vista del cittadino, non c’è alcun motivo di spendere per informarsi, sul web si paga meno che per la televisione, dove almeno per sentire un tg il canone Rai, o Sky, lo devi sborsare.

Quello è successo, ovviamente, è questo: e cioè che i siti on line hanno rapidamente fagocitato la carta. È avvenuto all’interno delle stesse testate, dove ormai on line e cartaceo vivono in un rapporto complicato, perché il sito spesso anticipa notizie che la carta fa fatica a dare con la stessa velocità. D’altronde, la carta come oggetto fisico sta sparendo, le edicole scompaiono nel silenzio generale, più di 3000 hanno già chiuso i battenti. Dove sta il problema, direte voi? In fondo si tratta di processi che non si possono fermare. Tutto vero.

Ma per i giornali, quelli almeno che non hanno sostentamento pubblico, si apre un problema fondamentale: come pagare chi l’informazione la scrive, cioè i giornalisti, la forza lavoro? Perché un articolo sul web non comporta meno fatica che uno sulla carta. C’è lo stesso lavoro, che può variare da qualche ora a qualche giorno, e bisogna essere molto attenti e precisi non solo per deontologia ma perché, tra l’altro, la legge favorisce chi querela anche solo per intimidire il giornalista, e non chi informazione la fa. E si ritrova magari a pagare cifre inaudite per le sue tasche quasi vuote (chiedete all’associazione Ossigeno per l’Informazione quanti giornalisti vivono sotto processo).

Voi direte anche: c’è la pubblicità. Questa è la strada che, inizialmente, quasi tutti i quotidiani on line hanno intrapreso. Ma ci sono vari problemi. Anzitutto, purtroppo è ancora troppo poca e soprattutto paga molto meno che, ad esempio, per la televisione, anche se ormai ci sono siti che fanno anche un milione di contatti giornalieri (e si tratta spesso di persone mediamente più colte, quindi un po’ più benestanti della media, quindi più propense a spendere per beni e servizi). L’altro problema della pubblicità è che, purtroppo, è ancor più scarsa nei giornali davvero indipendenti che fanno inchieste a tutto campo. Avere tanta pubblicità può significare essere meno liberi, perché se tu, ad esempio, prendi soldi da un noto marchio di moda e poi scopri che evade le tasse lo devi scrivere. E la pubblicità scompare.

È per tutti questi motivi che molti giornali stranieri, sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, hanno cominciato a mettere le news a pagamento. Per il lettore che naviga l’effetto è fastidioso, magari si voleva leggere proprio quel pezzo, e in genere la conseguenza è che si cambia pagina. Ma quando tutti cominceranno a offrire notizie a pagamento, allora forse qualcosa cambierà. Le persone inizieranno ad avvertire che vivere senza sapere ti lascia un senso di vuoto e malessere. Che le notizie, insomma, sono come l’aria: ti accorgi quanto ti mancano.

A quel punto, secondo me, dovrebbe venir meno  la distinzione tra giornale di carta – anche nella sua versione Ipad – e giornali on line. Ci dovrebbe essere un’unica redazione, senza doppioni, e un sito zeppo di notizie con diverse formule di abbonamento. E la possibilità anche di scaricarle impaginate, per chi ama sfogliare il giornale appunto su un tablet, ma come se fosse un quotidiano. Solo che gli articoli sarebbero gli stessi dell’online.

In questo modo si avrebbero meno sprechi, e due tipi di entrate: dagli abbonamenti e dalla pubblicità. Il lettore tornerebbe ad essere al centro della scena, perché il prodotto da offrirgli a pagamento deve essere altissimo, ma i giornalisti tornerebbero ad essere pagati e magari più tutelati. Almeno un po’ di più di quanto oggi non accada, in un settore ormai stravolto da precarizzazione e deregulation.