Venerdì, 20 gennaio, sarà il giorno dell’insediamento (Inauguration day): Donald Trump e il suo vice Mike Pence, dinanzi al presidente della Corte Suprema (John Roberts) giureranno sui gradini del Capitol Building a Washington. Barack Obama lascerà il suo posto a Trump, un passaggio di consegne che forse mai nella storia è stato tanto traumatico.

Per mesi prima delle elezioni legioni di opinionisti, giornalisti e intellettuali si sono stracciati le vesti per le dichiarazioni di Donald Trump, ma hanno sistematicamente celato i decennali legami economici di Hillary Clinton e della Clinton foundation con il sistema finanziario e degli armamenti. La parzialità della stampa statunitense è stata un boomerang per tanti giornalisti. Molti, come è accaduto in Italia dopo gli esiti referendari, devono ancora elaborare il lutto. Si pensi che l’Huffington post Usa, nella fase iniziale della campagna elettorale, inseriva le dichiarazioni di Donald Trump nella sezione del sito sotto la voce entertainment news (notizie d’intrattenimento) e non sotto la voce politics (politica).

Questo atto di snobismo, insieme a tanti altri praticati dai media Usa, ha accentuato il fastidio verso un regime mediatico così asimmetrico contribuendo a rendere Trump simpatico e credibile a una fetta emarginata del Paese. In molti si sono immedesimati in questo “non politico” generando quell’effetto d’identificazione che nel 1921, Sigmund Freud spiegò in La psicologia delle masse. Un vero paradosso dei nostri tempi constatare che tanti diseredati abbiano davvero creduto che un miliardario opportunista come Trump possa fare i loro interessi.

La vittoria di Donald Trump è maturata proprio perché lui, come fece Berlusconi, è riuscito a far passare a un elettorato deluso dalla democrazia della rappresentanza, la fallace idea di essere fuori dai giochi, di essere diverso. Come se fosse possibile nel sistema americano (e quindi anche italiano) raggiungere tali risultati economici senza una saldatura con l’establishment.

Ma la verità è un’altra e per poterci avvicinare bisogna liberarsi dall’immensa quantità di notizie che la soffocano. Dopo il secondo conflitto mondiale ai governi Usa è stato inserito una sorta di pilota automatico che ha come fine una sempre crescente egemonia. Le 725 basi ufficiali Usa presenti in tutti i continenti, escluso l’Antartide, sono una rete di controllo che impone con le armi la propria presenza. Una presenza non solo militare ma, che, specie prima dell’11 settembre 2001, si è imposta con l’arma economica. Fmi e Banca Mondiale sono stati usati come teste di ponte per imporre politiche neoliberiste.

Trump non ha nessuna intenzione di discostarsi dal vigente pensiero unico. Il suo governo è composto essenzialmente da un mix di maschi in larga parte miliardari: la sommatoria delle loro ricchezze è maggiore dell’economie di quella di interi continenti. Alcuni personaggi, a dispetto dei proclami elettorali e a dimostrazione del reale rapporto di forza tra politica e finanza, appartengono al mondo delle banche speculative. Si pensi alla nomina di Gary D. Cohn (dal 1990 in Goldman) a direttore del National Economic Council e Steven Mnuchin, altro ex Goldman Sacks ove ha lavorato per ben 17 anni, nominato segretario al Tesoro. Wilbur Ross che è stato scelto per il Commercio è noto negli ambienti come “re del debito” per la sua attività di acquisto d’aziende in crisi dopo aver ricevuto in prestito capitali.

L’intolleranza e l’ignoranza manifestate da Trump è l’immagine di un Impero decadente, oramai vittima, proprio come Roma, del militarismo e della sua crescente voracità di conquistare il mondo. Più volte ho sollecitato la riflessione sul fatto che stiamo vivendo la fine di un’epoca storica e, in questo momento delicatissimo, non è da escludere che Trump possa essere l’ultimo presidente eletto. Nei prossimi anni, dinanzi alle crescenti diseguaglianze sociali, alla gravissima crisi ambientale e al collasso finanziario le strutture portanti della vigente democrazia formale potrebbero collassare. Persino Obama nel suo commiato di Chicago ha manifestato preoccupazione. Il grumo di potere che occultamente ha sempre governato gli Usa potrebbe esser costretto a gettare la maschera e mostrare anche in patria il suo volto dispotico e violento. Quel volto che si è palesato in Giappone, Corea, Iran, Guatemala, El Salvador, Indonesia, Vietnam, Cile, Panama, Sudan, Iraq, Afghanistan e tutti gli altri Paesi vittime del “Grande Satana”.

Donald Trump potrebbe essere l’odierno Augusto che portò Roma da essere una Repubblica a un Impero.