Karl Marx si rivolta nella tomba; probabilmente vorrebbe risorgere per andare in qualche trasmissione televisiva sul crimine e raccontare che, nemmeno lui, avrebbe immaginato tanto. A risorgere vorrebbe essere anche colui che ha l’esclusiva in materia: Gesù Cristo. Per poi andare, anch’egli, in qualche trasmissione televisiva sui fatti di giustizia e proferire un nuovo “Discorso della Montagna” (la montagna di allora, capace di adunare tante persona, è la televisione di oggi).

Credo che l’uno (Marx) lisciandosi la sua ampia barba, direbbe che mai avrebbe immaginato che il capitalismo sarebbe stato così perverso da fare della giustizia penale una merce così prelibata, da superare addirittura il “capitale umano”. Un feticismo delle merci in versione giudiziaria, post romanzo giallo e noir. L’altro (Gesù) invocherebbe la fortuna per i perseguitati dalla giustizia e anch’egli, in questo facendo a gara con Marx, ammetterebbe che, neppure lui stesso (che pure è Figlio di Dio) avrebbe immaginato che, un giorno, il perseguitato dalla giustizia del suo Discorso della Montagna avrebbe subìto una persecuzione non proveniente dalla cattiva giustizia (come accaduto a Gesù stesso, ucciso per mano della giustizia romana e farisaica), ma da una sua rappresentazione teatrale.

Questo è quanto è capace di fare la Pop justice, la versione ultra-contemporanea della giustizia mediatica che, come detto altre volte, non sfrutta i media per fini endo-processuali (direbbe un giurista) cioè dire affinché la vicenda giudiziaria abbia un certo risultato, ma, superando la giustizia, propone la merce “crime” come prodotto liofilizzato “bello e fruibile”, rispetto al fare giustizia, complicato e da Azzeccagarbugli. La giustizia secondo la versione originaria, quella di cui parla Gesù e che poi è divenuta, nel Novecento, la giustizia mediatica, consentiva almeno il mantenimento di quell’elemento essenziale della contesa chiamato, dagli antichi romani, lo “strepitus fori”: essenza processuale di quella forma dialettica che, anche Hegel, ha codificato come un sistema cognitivo e di raggiungimento di uno stato di conoscenza ed emancipazione superiore.

L’incredibile è che, l’odierna Pop justice, si alimenta realmente di sempre nuovi prodotti, ogni volta più “smart”; la Pop justice appare come una di quelle multinazionali che riesce ad innovare la sua offerta in modo sempre più accattivante e incontrando i “desiderata” dei suoi famelici fruitori, un pubblico sempre più vasto e pronto a tutto pur di abbeverarsi a questo totem dei nostri giorni.

Come detto, ho già scritto a proposito di Pop justice. Oggi commento il “nuovo modello”, l’ultima uscita nei “grandi supermercati”: il (presunto) nuovo colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi. Un ragazzo che, all’epoca, avrebbe avuto 19 anni (Chiara ne aveva 26) il cui Dna è stato rubato (di questi tempi) senza nessuna autorizzazione giudiziaria (non che detta pratica, autorizzata, sia eticamente indiscutibile) per un confronto che, assai probabilmente, non può avere alcun esito scientifico e giuridico. Un ragazzo, oggi un giovane, la cui vita è stata scandagliata nei minimi dettagli (in questi mesi, peraltro e non allora) ed il cui comportamento riservato, tutto “casa e lavoro”, è stato considerato anomalo. Come sono state considerate anomale tre sue chiamate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto, ciascuna delle quali di poche decine di secondi, rispetto alle quali il giovane ha già dichiarato che erano finalizzate alla ricerca del fratello di Chiara, suo abituale compagno di svago.

La nuova verità, in epoca di post-verità, è già penetrata nei cervelli del pubblico e si è incardinata come “fatto accertato” nei circuiti neurali. Il fine della Pop justice è stato raggiunto: un nuovo prodotto sul mercato, con conseguente ritiro di quello precedente (la colpevolezza di Alberto Stasi, da questo momento a suo volta vittima pop). La verità processuale è già stata scartata, dimenticata. Non perché fosse giuridicamente attaccabile o la prevalenza dell’opinione pubblica fosse innocentista. Solamente perché Marx aveva ragione a dire che il capitalismo ha come sua proiezione naturale la mercificazione di tutto. Però, come già detto, mai avrebbe pensato che la giustizia ed il crimine divenissero pornografia in toga, nel senso di trasformazione perversivo-voyeuristica dei valori, trasfigurati come in video hot, della legalità, della legge e del processo.

Non ha neppure senso, da giuristi, discutere dei processi da un punto di vista del rispetto della legge e delle regole probatorie, volte a garantire un accertamento logico, fondato su di un libero convincimento che non si svincoli dal principio costituzionale del “giusto processo”. Bisogna discutere di Pop justice; un bollettino di Pop justice è ben più interessante, almeno in senso letterario, di poche e inutili valutazioni giuridiche. Se poi, nel manifesto pop alla Warhol, ci si butta anche un po’ di Dna, di qualunque genere e specie esso sia, beh l’effetto trash è ancora più efficace. Cari Gesù e Marx, avete rappresentato le “grandi narrazioni” per generazioni intere. Avreste mai pensato di tornare attuali e risorgere per stigmatizzare la realtà pop della giustizia?