Nel 2003 la Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile un referendum che azzerava la soglia di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, a seguito del quale la reintegrazione in caso di licenziamento ingiustificato si sarebbe applicata a ogni unità produttiva comprese quelle con un solo dipendente (sentenza n.41/2003). Oggi invece la stessa Corte dichiara inammissibile un referendum che, a seguito di varie abrogazioni parziali, avrebbe conservato la soglia dei 5 dipendenti, ora prevista per le imprese agricole. Se ne deduce che se la Cgil avesse proposto un quesito referendario massimalista, con abrogazione totale della soglia, forse la Corte non avrebbe potuto discostarsi da quanto deciso nel 2003. Si tratta di un singolare paradosso, inspiegabile sul piano logico-giuridico.

Infatti l’effetto manipolativo dei referendum che propongono abrogazioni parziali è da sempre scontato. Basti pensare ai referendum elettorali o agli stessi referendum in materia sociale, come quello che si svolse nel 1995 in tema di rappresentanze sindacali aziendali che comportò un radicale cambiamento dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori. Non sta dunque nell’effetto “manipolativo” la questione di fondo. La ragione sostanziale va cercata altrove. Infatti nel referendum del 2003, che avrebbe esteso a tutte le imprese a prescindere dalle dimensioni la tutela dell’art.18, il quorum non fu raggiunto. Questa volta invece, dopo la straordinaria partecipazione al referendum costituzionale del 4 dicembre, forse il quorum si raggiungeva. Si sarebbe comunque aperta nel paese una grande e salutare discussione sulla natura e sulla funzione delle politiche del lavoro: abbassare le tutele, ridurre i diritti di chi lavora serve davvero a incrementare occupazione e competitività? Si è persa purtroppo l’occasione.

Sul piano logico-giuridico la sentenza della Corte costituzionale è fortemente discutibile. Sul piano politico, non della politica contingente ma di quella regola di fondo costituita dal “Salus Reipublicae suprema lex”, vale a dire dalla salvaguardia dei valori costituzionali di fondo di cui la Corte costituzionale dovrebbe costituire un imprescindibile presidio, si può dire che questa sentenza è semplicemente sbagliata. Impedire ai cittadini di pronunciarsi nel merito di singole questioni cruciali, come quella delle politiche del lavoro, salvo poi alzare vani allarmi sulla crescita dell’astensionismo elettorale e sulla abissale distanza tra politica e cittadini, consiste in un puro atto di autolesionismo. Così si alimentano i populismi, invece che cercare di contrastarli con risposte razionali.

di Luigi Mariucci, già ordinario di Diritto del lavoro nella Università di Venezia-Ca’ Foscari