“La decisione dei vertici dei servizi di consegnare al presidente, al presidente eletto e ai leader del Congresso e dei comitati d’intelligence materiale non verificato e diffamatorio è stata estremamente irrituale“. E’ il giudizio che il New York Timesdel report contenente materiale compromettente per Donald Trump di cui la Russia sarebbe in possesso, tra cui un video che mostra il futuro capo della Casa Bianca in compagnia di prostitute in un hotel di Mosca. Si è consumata così l’ultima battaglia della guerra tra il miliardario diventato presidente e le agenzie di intelligence (al di là della posizione del quotidiano newyorchese, che da un lato condanna l’uso delle fake news e dall’altro pubblica notizie che dice di non essere riuscito a verificare e scomode per il suo nemico giurato).

Le dichiarazioni a Cnn del direttore uscente della CIA John Brennan – e cioè che il mancato apprezzamento da parte di Donald Trump del valore e dell’importanza della comunità di intelligence potrebbe mettere il Paese “a grande rischio e pericolo” – è solo la punta dell’iceberg delle paure e incertezze che dominano diversi settori dello spionaggio USA. Trump non è solo l’uomo che ha più volte messo in discussione il lavoro di FBI, CIA e delle altre agenzie. Trump è anche l’outsider che sta nominando i nuovi capi dell’intelligence e che potrebbe, nell’immediato futuro, operare una decisa riorganizzazione di uomini, compiti, uffici. Ciò che, ovviamente, suscita timori e forti resistenze.

Il presidente eletto – nel suo stile consueto – non ha mai calibrato le parole per esprimere le sue differenze di vedute in tema di sicurezza. Il caso più clamoroso riguarda ovviamente la Russia e la convinzione – da parte soprattutto della CIA – che il governo di Mosca abbia condotto una campagna organizzata per nuocere a Hillary Clinton e favorire Trump. Prima di incontrare proprio i capi dell’intelligence, e mostrare una certa capacità di ascolto, Trump aveva liquidato la tesi dell’intervento russo – e quindi il lavoro della CIA – con una straordinaria esibizione di disprezzo: “Questa è la stessa gente che diceva che Saddam Hussein aveva le armi di distruzione di massa”. Ma, durante la campagna elettorale, Trump aveva mostrato una non maggior considerazione per l’FBI, accusata di essersi “assoggettata” ai voleri di Clinton sulla questione delle email.

Non è la prima volta che un presidente americano si trova a esprimere giudizi non particolarmente positivi sulle proprie agenzie. E’ per esempio noto il disprezzo che Richard Nixon aveva per la CIA. Proprio Nixon una volta disse al Director of Central Intelligence James Schlesinger: “Liberati di quei clown. A cosa servono? Ci sono 40 mila persone che passano il tempo a leggere il giornale”. Nel giro di tre mesi, Schlesinger aveva licenziato il 10% della forza lavoro della Central Intelligence Agency. Anche Jimmy Carter usò la mano dura nei confronti dell’agenzia, con centinaia di licenziamenti di dipendenti coinvolti nello spionaggio illegale degli attivisti contro la guerra in Vietnam (il caso passò alla storia come l’“Halloween Massacre”).

Nel caso di Trump, c’è poi un altro elemento importante. Storicamente, la destra radicale e populista USA, di cui Trump è in qualche modo l’incarnazione ultima e più moderna, ha sempre manifestato un certo sospetto nei confronti delle agenzie, ancora una volta soprattutto la CIA, accusate di essere dedite a un “professionalismo” scientifico, elitario e anti-democratico che in realtà difende gli interessi e la politica dei liberal. Il rappresentante forse più celebre di questa tendenza è Willmoore Kendall, un teorico del pensiero conservatore che a partire dagli anni Quaranta mise a punto una critica serrata del sistema delle spie USA, accusate di non avere alcuna vera nozione di geo-politica e di spingere i Paesi europei sulla strada della social-democrazia per paura del comunismo (favorendo così gli interessi dei liberal USA).

Kendall, che fu lui stesso consulente CIA, ispirò molte delle idee del senatore Joe McCarthy, anche lui noto per i giudizi non particolarmente benevoli sulla Central Intelligence Agency, e fondò con William Buckley Jr. la National Review, la rivista conservatrice che per molti anni espresse dubbi e riserve sul lavoro dell’intelligence. Questi contrasti esplosero negli anni Settanta, quando i conservatori risposero sdegnati al rapporto della CIA che parlava di “limitate capacità nucleari” dell’Unione Sovietica travolta dalla crisi economica. Per contrastare e rivedere le conclusioni della CIA, i conservatori chiesero e ottennero che il presidente Gerald Ford mettesse in piedi una commissione chiamata “Team B”.

Nell’atteggiamento di Trump c’è quindi questa storia, questo passato di rapporti spesso difficili tra destra americana e un’intelligence vista come covo di universitari Ivy League con scarsa esperienza del mondo e idee troppo spostate a sinistra. Ma c’è, nell’atteggiamento di Trump, anche molto altro. C’è un approccio da outsider, senza particolari legami e conoscenze del mondo della sicurezza, che spaventa molti nella comunità dell’intelligence. C’è, soprattutto, una volontà di privilegiare le questioni nazionali su quelle internazionali – il famoso slogan “America First” – che fa sorgere paure soprattutto nei settori che si occupano di spionaggio e sicurezza a livello internazionale.

Il primo punto della questione potrebbe essere proprio questo. Una serie di atti di Trump alludono a un suo atteggiamento potenzialmente più favorevole all’FBI – il suo servizio di protezione personale è garantito proprio da ex agenti dell’FBI ed ex poliziotti. Il direttore dell’FBI, James Comey, il cui mandato scade nel 2020, è l’unico che sembra poter mantenere il posto con la nuova amministrazione. Il ruolo di Comey – che come capo dell’FBI sovrintende proprio alle strategie di sicurezza domestica – è fondamentale per la riuscita delle politiche che Jeff Sessions intende realizzare al Dipartimento alla Giustizia ed è probabile che la nuova amministrazione cerchi di mantenere un atteggiamento più favorevole, di ascolto e considerazione, proprio verso il Federal Bureau of Investigation.

E’ l’atteggiamento che preoccupa gli altri settori dell’intelligence, che appaiono al momento spaccati in uno scontro tra CIA e militari, e che potrebbero essere coinvolti in dolorosi processi di ristrutturazione. Il generale Michael Flynn, che Trump ha scelto come proprio National Security Advisor (la persona che ha accesso diretto al presidente, che lavora dalla Casa Bianca e che consiglia il presidente stesso sulle questioni di sicurezza) è per esempio noto per avere più volte espresso dubbi sull’attuale struttura dell’intelligence.

Flynn vorrebbe anzitutto ridimensionare il ruolo l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI), per cui Trump ha appena scelto un senatore repubblicano dell’Indiana, Dan Coats. Secondo Flynn, che viene dal Pentagono e che già nel passato ha avuto una serie di scontri con apparati dell’intelligence, l’ODNI sarebbe troppo potente (creato da George W. Bush nel 2004, dopo l’11 settembre, l’ODNI è a capo delle 16 agenzie di intelligence USA). Flynn vorrebbe appunto ridimensionarne il ruolo. Non più una sorta di zar della sicurezza nazionale e internazionale, con una macchina burocratica che in questi anni si è allargata a dismisura; ma un semplice coordinatore che rende più veloce e armonico lo scambio di informazioni tra i vari settori.

La stessa volontà di riorganizzare e ristrutturare Flynn la starebbe esprimendo anche nei confronti della CIA. Militare di formazione, quindi con un’esperienza maturata soprattutto sul campo, Flynn vorrebbe che gli agenti CIA venissero sempre più collocati sulle “linee del fronte”, nei punti caldi del mondo dove potrebbero essere più utili come “raccoglitori di informazioni”. Ma proprio la CIA ha subito un’importante riorganizzazione l’anno scorso, una riorganizzazione che ha portato a un accorpamento di spie e analisti in unità di lavoro designate esplicitamente per regione del mondo e tema.

Difficile che gli oltre 20mila dipendenti della Central Intelligence Agency subiscano senza reagire una nuova riorganizzazione, guidata peraltro da un uomo che viene dal Pentagono – la CIA è un’agenzia civile e i suoi recenti rapporti con i militari, dalla guerra in Iraq all’intervento in Siria alla gestione degli interrogatori di sospetti terroristi, sono stati particolarmente turbolenti. La patata bollente di un’eventuale riorganizzazione dovrebbe peraltro essere gestita dal nuovo direttore, Mike Pompeo, un repubblicano sostenuto dal Tea Party e senza particolari legami con la comunità dello spionaggio. Le opinioni espresse nel passato da Pompeo – per esempio la necessità di riaprire i black sites della CIA e reintrodurre la tortura – potrebbero tra l’altro creare nuovi attriti con il Pentagono (che è contrario), rendendo la situazione ancora più confusa ed esplosiva.