La rivoluzione di Francesco non può procedere se rimane solo addossata sulle spalle del pontefice argentino. Diventa cruciale il rinnovamento (o il non rinnovamento) nelle migliaia di diocesi, che costituiscono i terminali nervosi del grande “corpo” cattolico di un miliardo e duecento milioni di fedeli. Qualcosa comincia a muoversi sotto la spinta dell’impulso bergogliano e uno degli indicatori è lo svolgimento dei sinodi diocesani: gli stati generali di preti, religiosi, religiose e laici, riuniti per fare il punto della situazione e riflettere sulla direzione da prendere per annunciare e vivere il Vangelo nel tempo attuale.

Interessante da questo punto di vista è il sinodo della diocesi di Bolzano-Bressanone, che dopo un biennio di lavori ha pubblicato nel 2016 i suoi documenti conclusivi. Perché prendere in esame proprio Bolzano? Intanto perché la diocesi guidata dal vescovo Ivo Muser, per ragioni storiche e linguistiche, è sempre stata aperta al riformismo ecclesiale dell’area di lingua tedesca e poi perché è una diocesi coraggiosa: il vescovo predecedente mons. Golser fu l’unico in tutto l’episcopato d’Italia ad aprire nel 2010 spontaneamente un’inchiesta a tutto campo sugli abusi sessuali accaduti nella sua giurisdizione, punendo chi di dovere e occupandosi delle vittime.

Il seme della predicazione bergogliana sembra caduto su terreno fertile nel “Documento programmatico”, in cui le prime parole non sono dedicate a una rivendicazione di verità o di ammaestramento, ma all’“amore per il prossimo”. La Chiesa locale di Bolzano-Bressanone ha ben presente che essere cristiani non si esaurisce nell’andare a messa, ma in un impegno di testimonianza per collaborare alla costruzione di una “società solidale, più giusta, libera, umana”, perché il mondo e l’ambiente non sono uno “spazio vitale per pochi privilegiati, ma per tutti gli esseri viventi di oggi e domani”.

Testimoniare il Vangelo, in questa visione, non significa ignorare i conflitti, ma affrontarli in modo non-violento, disinnescandoli, superando le diseguaglianze. Impegnarsi in politica, come diceva Paolo VI, è una missione esigente, che deve mirare a costruire una “comunità accogliente”, capace di offrire sviluppo autentico per tutti.
In questo quadro, etica ed economia non sono sfere estranee l’una all’altra. La ricerca delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo, ogni fase del ciclo economico “hanno ineluttabilmente implicazioni morali”, affermava già Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate. E Francesco denuncia le diseguaglianze, le nuove schiavitù, il nesso stretto tra degrado ambientale e degrado sociale.

I cattolici alto-atesini, nel loro sinodo unitario e trilingue, partono da lì con un’accentuazione: la Chiesa è credibile solo se i cristiani sono capaci di “agire nelle situazioni concrete”.
Con tono pacato, ma con coraggio l’assemblea diocesana ha affrontato anche nodi delicati dello sviluppo futuro della Chiesa. Il ruolo delle donne, il sacerdozio. “Donne e uomini – afferma il paragrafo 65 del documento finale, votato a maggioranza di due terzi – sono valorizzati alla pari nelle decisioni, nei servizi e nei ruoli di responsabilità all’interno della Chiesa”.
Un sondaggio formale, compiuto in seno all’assemblea, ha evidenziato che i fedeli sono pronti a sostenere il movimento riformatore innescato da Francesco. “L’ordine è aperto a tutti i battezzati e cresimati, donne e uomini”. Si tratta dell’ordine sacerdotale, tanto per capirsi. (62per cento Sì, 33 No , 4 astenuti). “L’ordine non è legato a una forma di vita vincolante”. (70 p.c. Sì, 24 No, 6 Astenuti).

Inutile dire che la sintonia con la visione di Francesco in tema familiare è piena: “Il fallimento umano nel sacramento del matrimonio non esclude, dopo un processo di maturazione, un nuovo inizio e non è motivo di esclusione dai sacramenti”. Posizione condivisa da uno schiacciante 80 per cento di voti. La valutazione assemblare è avvenuta prima delle conclusioni contorte del Sinodo mondiale dei vescovi 2015 in Vaticano. E getta una luce interessante su quali potevano essere nell’Italia tutta le risposte al sondaggio, che Francesco voleva nel 2014 rivolto a tutti i fedeli, e che la Cei ha svolto in maniera verticistica, non rivelandone mai né le modalità né le conclusioni.

Colpisce nel programma delineato dal cattolicesimo alto-atesino lo spirito fortemente non-clericale. Tutti: preti, diaconi, laici, uomini e donne credenti sono corresponsabili di un annuncio del Vangelo gioioso, non moralistico. Nel segno di Francesco si respira aria fresca. Nell’esperienza delle varie confessioni cristiane si scorge la “fantasia di Dio”, l’incontro con le altre religioni sia occasione per un impegno di pace e giustizia, il confronto con l’ateismo pratico può essere occasione di riflessione sulle proprie mancanze. C’è molta freschezza nel linguaggio. Gli immigrati sono “i nuovi cittadini”. Per chi crede in Dio fatto uomo, “nessuna persona è estranea o lontana”. Per la Chiesa è essenziale la “trasparenza”.
Camminare senza aver paura. Così una Chiesa locale riparte da Francesco.