“La caccia ai terroristi nel sistema Schengen, come si è visto, funziona relativamente bene, come nel caso del responsabile di Breitscheidplatz. Ma abbiamo anche visto che c’erano buchi consistenti, quando l’attentatore è potuto arrivare dall’Italia alla Germania, ad esempio, e le iscrizioni nel registro Schengen sono avvenute troppo tardi”. Parla di Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale a Berlino, Angela Merkel. Ma alla cancelliera tedesca, che aveva ringraziato il nostro paese dopo l’uccisione del tunisino ricercato a Sesto San Giovanni, risponde il ministro della Giustizia che ha sottolineato che l’Italia ha sempre fornito le informazioni in suo possesso e che “i tedeschi dovrebbero avercela principalmente con loro stessi”. “Noi sosteniamo da tempo – ha aggiunto durante la trasmissione Porta a Porta – la necessità di una procura europea. Ogni paese pensa di poter fare meglio dell’altro, ma chi ci attacca, ci attacca come una cosa unica. Dell’Italia si possono dire molte cose, ma non ha mai negato le informazioni: preferiamo dare informazioni anche a chi non ce ne da”.

Il ministro ha poi precisato il proprio pensiero ribadendo la “massima solidarietà al popolo e alle istituzioni tedesche” ma sottolineando anche la necessità di “rafforzare la cooperazione giudiziaria a partire dalla costruzione di una procura europea che, così come previsto dal trattato di Lisbona, sia in grado di affrontare il terrorismo internazionale e realizzare la sfida per la sicurezza nell’ambito del continente europeo”.

Secondo quanto si è appreso nei giorni scorsi da fonti di intelligence, la prima segnalazione della pericolosità di Anis Amri, arriva nella banca dati Schengen per mano italiana il 23 giugno 2015 e l’Italia ha inviato alla Germania il 17 febbraio 2016 un nutrito fascicolo giudiziario sul terrorista. La Germania dopo aver ricevuto da Amri la domanda di permesso di soggiorno sul suo territorio ha rivolto all’Italia, il 16 febbraio, la richiesta del fascicolo giudiziario del tunisino. Un fascicolo nutrito data la carriera criminale di Amri, dal suo ingresso in Italia a Lampedusa fino ai quasi quattro anni trascorsi nelle carceri siciliane. Amri ha scontato quattro anni di reclusione in Sicilia, dove ha cambiato sette istituti di pena. L’Italia prova ad espellerlo ma la Tunisia non recepisce le richieste italiane. Dunque, scaduti i termini per trattenerlo, viene emesso per lui un decreto di allontanamento dal territorio nazionale e contemporaneamente, appunto a giugno 2015, tramite la questura di Palermo l’Italia segnala ai paesi europei inseriti nella banda dati Schengen che Amri è persona non gradita e inammissibile sul territorio europeo.