Che succede ad Aleppo? Le immagini della caduta dei quartieri orientali che arrivano in casa nostra si sovrappongono a quelle degli attentati terroristici in Europa e Turchia. Un filo nero, come la bandiera dell’Isis, collega le une alle altre. Le foto post apocalittiche di Aleppo – un tempo un gioiello di architettura medio-orientale – ci ricordano quelle di Stalingrado dopo l’assedio o di Berlino all’indomani della caduta del nazismo. Fame, freddo, paura e file interminabili di profughi che si muovono con difficoltà tra le rovine della loro città, trascinandosi dietro vite spezzate da una guerra ben diversa da quella combattuta contro il nazionalsocialismo. La guerra è guerra, potrebbero obiettare in molti, ma quella civile in Siria è la prima vera guerra del XXI secolo, un conflitto dove la propaganda online ed i social media giocano un ruolo chiave, di gran lunga superiore a quello militare. E’ infatti impossibile comprendere cosa davvero stia succedendo, distinguere tra i criminali di guerra e le loro vittime. Ed e’ difficile sotto tutti i punti di vista persino individuare i motivi ultimi di questa guerra.

Ci è stato detto che la miccia era stata la primavera araba, ma a giudicare dagli schieramenti odierni il conflitto è geopolitico. Sin dall’inizio si è trattato di una guerra per procura, tra potenze sunnite e sciite sostenute dai loro alleati. La primavera araba è stata il casus belli, subito messo da parte da interessi ben più grandi. La caduta di Aleppo est, baluardo dell’insurrezione anti Assad, termine generico con il quale inizialmente si accumunavano forze di opposizione laiche e jihadiste, è avvenuta in un contesto di politica internazionale eccezionale: l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Non solo l’elezione di un nuovo presidente crea un vuoto di potere che dura due mesi e mezzo, ma questa elezione in particolare ha fatto tabula rasa delle politiche perseguite dai due partiti principali negli ultimi decenni. Nessuno infatti sa quale sarà la posizione di Trump nei confronti del Medio Oriente, dell’Europa, della Nato e così via.

Ecco un’occasione unica per la Russia e l’Iran per riprendersi Aleppo, città strategica, simbolo della rivolta contro Damasco, e cederla al regime di Assad.  Nessuno infatti ha battuto ciglio, né Washington, né Bruxelles né l’opinione pubblica mondiale.

Le analisi e critiche geopolitiche sono state scavalcate e messe da parte dalla propaganda mediatica. Ce n’è per tutti. Dai siti pro Assad a quelli a favore dei ribelli e poi c’è Facebook, Twitter, Instagram ecc.. Neppure la stampa di qualità si è avventurata in una ricostruzione dei fatti realista, o ha intrapreso una ricerca delle falle, delle contraddizioni del conflitto siriano per far emergere la verità. Ufficialmente l’Occidente ha appoggiato le cosiddette “forze moderate”, le ha armate, le ha finanziate in una guerra civile il cui obiettivo era rimuovere il regime di Bashar Assad per rimpiazzarlo con la democrazia: questo il motto che dal 2011 ci viene ripetuto. Ed adesso che Aleppo est è caduta, che significa? Abbiamo perso questa guerra?

Che fine hanno fatto i ‘nostri’ ribelli? Ecco una domanda che nessuno si pone. Alcuni si muovono ancora tra le rovine dei quartieri poveri della città, ma molti sono fuggiti, chi nei territori occupati ancora dall’Isis, chi ad Idlib, dove i gruppi armati ‘moderati’ ancora resistono. Ma dall’Occidente non arrivano più soldi né aiuti perché Washington è piombata nel letargo post elettorale.

Gli ‘aiuti’ per i ribelli sunniti al momento arrivano dalla Turchia, ma non per difendere o riprendere Aleppo. Al contrario, gli aiuti sono condizionati a un rafforzamento dei ribelli lontano da Aleppo, nella Siria orientale e nei territori che le forze kurde vorrebbero controllare. E così l’Isis ha potuto riprendersi Palmira. Che ci sia un piano strategico per il 2017, per una spartizione della Siria? In fondo Mosca e Teheran sono interessate alla Siria mediterranea, e se per continuare ad avere accesso a questo mare bisognerà cedere alcune fette del paese vicino al confine iracheno con il beneplacito di Ankara, perché non farlo? Negli ultimi mesi c’e’ stato un ravvicinamento tra Putin ed Erdogan, è bene tenerlo presente.

Sul piano militare la situazione è altrettanto confusa. Gli Hezbollah libanesi ed i militari fedeli ad Assad hanno negli ultimi giorni condotto la propria vendetta sulla popolazione civile, a maggioranza sunnita. Le esecuzioni di massa sono state all’ordine del giorno. Gli uomini e gli adolescenti sono stati separati dalle donne, dai bambini e dai vecchi e portati via: certo non li rivedremo più. Il mondo ha rivissuto gli orrori della guerra in Kossovo ed in Serbia, ma questo non ha distratto nessuno dalla corse agli acquisti di Natale. Gli appelli lanciati da Aleppo hanno fatto regolarmente il giro del mondo senza che nulla cambiasse. La coppia Obama era troppo presa dalle foto ricordo degli otto anni alla Casa Bianca per prestare attenzione alla tragedia di Aleppo. In America le loro facce sono su tutte le riviste e sui rotocalchi, una sorta di addio hollywoodiano.

Nel frattempo l’aviazione russa nei cieli e le milizie degli Hezbollah sul terreno piegavano Aleppo est, spianando la strada per le forze di Assad. Una sconfitta clamorosa per Obama e per chi lo ha seguito nella sua folle politica estera in Medio Oriente, una sconfitta proprio negli ultimi giorni del suo regno. Questo però nessuno lo ha scritto.

C’è confusione anche riguardo a chi siano esattamente i profughi. Aleppo est è rispetto ad Aleppo ovest molto povera e sunnita. Gran parte della popolazione non ha avuto i soldi per andarsene prima ed è rimasta intrappolata per anni in una zona di guerra proprio per questo. I disperati che vediamo arrancare tra le macerie e sotto la neve sono i poveri, quelli che non hanno mai una voce, la cui vita non vale nulla. Paradossalmente sono coloro che hanno più bisogno di aiuto e che mostreranno infinita riconoscenza a chi glielo darà. E’ questo un punto importante.

I gruppi jihadisti ed i loro finanziatori sunniti, tra cui anche la Turchia, sono pronti ad accoglierli a braccia aperte. L’indottrinamento delle nuove generazioni è già iniziato con le bombe russe e con le milizie degli Hezbollah che li hanno cacciati di casa. Se l’Occidente non interviene per proteggere i profughi siriani ed iracheni vittime del primo conflitto del XXI secolo questi saranno prede facili della propaganda jihadista. Tra quei bambini traumatizzati che seguono i genitori tra le rovine della loro città, sotto la neve di questo Natale di sangue, ci sono i futuri combattenti islamici, i futuri jihadisti. Un destino atroce per un’infanzia nata e nutrita dalla guerra.