Ai miei bambini insegno che un giorno potranno diventare dei bravi e onesti medici se fin da piccoli si appassionano alla scienza. Quando entro in classe mi immagino che Paolo, innamorato di tutto ciò che riguarda il corpo umano, un giorno possa essere tra quei ricercatori che ci aiuteranno a trovare una soluzione per le malattie rare o il cancro. Ai miei ragazzi insegno ad amare l’arte, a riconoscere le opere di Caravaggio o di Leonardo da Vinci perché tra qualche anno possano essere uomini e donne che si occuperanno dei nostri musei, dei nostri beni architettonici.

Cara ministra (come piace farsi chiamare a lei) Fedeli, a loro insegno che non bisogna dire le bugie, che serve essere competenti, che bisogna studiare, sapere non per un voto, non per un dieci ma perché nel nostro Paese abbiamo bisogno di persone competenti, capaci, preparate e oneste. Li faccio incontrare con gli studenti dell’università, li porto negli atenei perché fin da piccoli crescano sapendo che quella laurea non sarà un pezzo di carta da appendere al muro ma la tappa di un cammino che avrà permesso loro di avere le chiavi in mano per accedere ad un lavoro.

Ma dico anche a ciascuno di loro che non sarà certo quel diploma o quella laurea a fare di loro dei professori, dei medici, dei legali, dei politici coscienti del loro ruolo.

Sarò franco: avremmo preferito tutti vedere al suo posto uno che nel curriculum ha “solo” un diploma, magari magistrale, ma conosce il mondo della scuola perché lo vive dentro e fuori le aule. Non è andata così ma non ora tocca a lei dimostrare che una laurea non serve e che la polemica innescata da Mario Adinolfi sarà disinnescata. Sì, cara Fedeli, la laurea forse non sarà necessaria per fare il ministro ma una cosa serve: venire in classe.

Venga in aula a conoscere Francesca che fa la maestra di sostegno ad un ragazzino che le alza le mani senza aver alcun aiuto e supporto dai colleghi che nulla sanno di autismo, di quella rara sindrome o di dislessia. Venga in classe a vedere quei maestri che fanno gli animatori digitali in scuole senza wifi, senza personal computer. Non dia retta alle polemiche ma lasci viale Trastevere e venga a vedere che fa la mia dirigente in una giornata: deve ascoltare i genitori, occuparsi della didattica, tenere le relazioni con sette sindaci, leggere le decine di circolari che qualcuno lì a Roma firma ogni giorno. Provi per un giorno a chiedere a quella professoressa arrivata dalla provincia di Agrigento come si sente a Pessina Cremonese dove non ha la possibilità di vedere i figli oppure venga a conoscere Tino che a 53 anni fa il maestro e vive con altri colleghi per poter mantenere la famiglia a Napoli.

Non serve la laurea per capire che non servono i voti alla scuola primaria e nemmeno le bocciature. Non serve la laurea per capire che la scuola media ancora boccia inutilmente i nostri ragazzi andando ad accrescere quella percentuale di abbandoni scolastici.

Cara Fedeli, non serve la laurea nemmeno per capire che nella scuola dell’infanzia dove ci sono Lorenzo, Hamed, Fatima, Cheng e Pablo abbiamo bisogno di insegnanti all’altezza di quel ruolo.
Ministra, non serve la laurea ma nemmeno la tessera di un sindacato. E’ necessario, invece, che lei esca da quell’ufficio di viale Trastevere; che qualche volta, prima di prendere una decisione sulla scuola dell’infanzia, chiami al telefono una di quelle insegnanti che la vive ogni giorno. Serve che lei legga o rilegga Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani” e che riveda la scena del film “La classe degli asini” in cui Flavio Insinna nei panni del professore, spiega al signor preside e ai colleghi perché Riccardo finirà disoccupato.

Se vorrà una mano, io come tanti altri maestri ci siamo. Mai nessuno, nemmeno quei ministri con la laurea in tasca, ci ha mai chiesto nulla. Il mio numero al ministero lo conoscono. Io e i miei bambini la aspettiamo perché la scuola non si capisce dalla poltrona del Miur.