A questo punto della tremenda notte grillina calata su Roma, e di questo passo, la sindaca Virginia Raggi rischia seriamente di trasfigurarsi nella Maria Elena Boschi del Movimento 5 Stelle. Le manette a Raffaele Marra sono infatti una sorta di punto di non ritorno dopo due stagioni, estate e autunno, trascorse a discutere in modo estenuante sullo stesso Marra e sull’altrettanto famosa Paola Muraro, da poco dimissionaria. Sei mesi fa, a giugno quando venne eletta, neanche il più ottimista tra gli odiatori del movimento pentastellato poteva immaginare un disastro del genere nella Capitale, con il quale adesso è necessario fare i conti. Perché nel frattempo la metropoli è sempre più sporca e trasmette un’eclatante percezione di incuria e abbandono. E se l’arresto di Marra è davvero un punto di non ritorno, forse le dimissioni della Raggi sarebbero utili allo stesso Movimento. In ogni caso, il rischio di diventare irritante e impopolare come la Boschi postrefendaria è fortissimo. Altrimenti, stamattina, non avremmo assistito all’imbarazzante annullamento, in diretta tv, della trasferta grillina a Siena contro lo scandalo Mps. Il problema esiste, è enorme e apre alcuni interrogativi. Questi.

1) Morire per Muraro e Marra. L’ostinazione con cui Virginia Raggi ha voluto e difeso pezzi dell’antico establishment, senza segnare una rottura con il passato, non ha solo moltiplicato veleni e divisioni nel giovane movimento grillino, non solo romano ma nazionale. No. Soprattutto getta una nuova luce inquietante su presunti e indicibili patti di potere infilati nel suo trionfo elettorale, a partire da quell’omissione nel suo curriculum sul suo impiego professionale in studi legali vicino a Cesare Previti, simbolo della peggiore destra capitolina che ha sguazzato nel potere per convenienze personali.

2) La selezione della classe dirigente. Su questo aspetto sono stati versati centinaia di litri d’inchiostro. Giova però fissare alcuni paletti. La crisi della Seconda Repubblica ha messo a nudo la fragilità del partito leggero e carismatico, quantomento leaderistico. Ne sono prova il crepuscolo berlusconiano e il biennio della fiammata renziana. I Cinquestelle sono stati e sono un ibrido. Da un lato il paternalismo del carisma del cofondatore Beppe Grillo. Da all’altro l’esperimento benemerito della democrazia diretta grazie al web. Fino alla morte di Casaleggio poi, il leninismo dirigista dall’alto dell’altro fondatore ha tentato di temperare le distorsioni della democrazia diretta (clamoroso il caso sulla furbesca non linea grillina sull’immigrazione) e soprattutto ha ghigliottinato alcune vivacità locali (Pizzarotti) e parlamentari (le espulsioni a scadenza regolare a Camera e Senato). Ora tutto questo non basta più perché l’enormità del caso romano porta sul patibolo virtuale la stessa Raggi. Che fare con lei? Chi deve rispondere a questa domanda? Grillo, un direttorio quale esso sia, il web? E qui forse sovviene la grande lezione novecentesca dei partiti, che non stati solo corruzione e malaffare sfociati nella partitocrazia. Un partito pulito avrebbe un vertice, una segreteria, una direzione e svolgerebbe una mediazione tra gli eletti, gli iscritti e gli elettori. Con un partito vero, il caso Raggi non sarebbe arrivato a questo punto. Un partito vero avrebbe discusso e trovato un compromesso tra l’autonomia della sindaca e la linea del movimento che chiedeva discontinuità. Invece abbiamo assistito a un balletto di faide e di gelosia personali con la rincorsa a farsi scudo di giovani padrini. Diciamo, non un modo originale per fare politica. Senza dimenticare che la gestione del consenso, soprattutto di un consenso grande, merita rispetto e competenze non comuni, non dilettanti allo sbaraglio.

3) Il lato più inquietante è il pericolo del vuoto. Nel giro di due settimane, la politica italiana assiste al rogo delle uniche due novità emerse negli ultimi anni, a prescindere da come la si pensi: l’ascesa di Matteo Renzi nel Pd e la clamorosa vittoria di Virginia Raggi a Roma, una notizia che ha fatto il giro del mondo nonché simbolo di una rivoluzione ineludibile. La domanda che si scorge nel pantano romano è questa: cosa succederebbe senza i Cinquestelle? Perché un dato è certo: una loro deriva modello Uomo Qualunque non avvantaggerebbe né il Pd né il centrodestra frantumato. Aumenterebbe l’astensionismo o che altro? Sono domande inquietanti, appunto, pensando per esempio alla grottesca farsa dell’arresto popolare di un deputato azzurro a opera dei cosiddetti Forconi.

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