Piazza Affari vola, grazie al rimbalzo delle banche italiane in scia alle attese di un intervento dello Stato, rafforzate sul finale di seduta dalle rassicurazioni del vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. Quest’ultimo, a metà pomeriggio ha dichiarato che sulla questione delle banche italiane, la Commissione è “in stretto contatto con le autorità”, le quali “sono pronte a dare seguito” alle misure decise “se e quando necessario”. Il Monte dei Paschi non è stato citato espressamente ma il riferimento è evidente nelle ore in cui il cda di Siena attende le evoluzioni del quadro politico per prendere una decisione sul futuro dell’istituto e si moltiplicano le ipotesi sui possibili interventi dello Stato. Tanto è bastato ai titoli dei credito italiano per imboccare più decisamente la via del rialzo e recuperare buona parte delle perdite incassate all’indomani del referendum: Unicredit ha chiuso in rialzo del 12,8%, Mediobanca del 9,9%, Ubi del 9,7%, Bpm e il Banco del 9% e Intesa Sanpaolo dell’8,2 per cento. L’andamento più indicativo è però quello di Mps che dopo essere crollata fino al 5,7% ha chiuso con un progresso dell’1,2 per cento.

E così Piazza Affari ha chiuso in deciso rialzo (+4,15%) rivedendo livelli che non toccava dai tempi della Brexit. Dietro Milano le altre Borse europee, Parigi in testa (+1,26%). Bene anche i titoli di Stato, con il decennale italiano che registra un rendimento all’1,96% per un differenziale rispetto agli omologhi tedeschi in continua discesa dopo la bocciatura delle riforme costituzionali. Il differenziale tra Btp e Bund tedesco a 10 anni, lo spread, è sceso in giornata ai minimi da un mese sotto i 160 punti base, per chiudere la seduta a 158 punti. Si tratta di una netta inversione di tendenza, dopo che alla vigilia del voto lo spread era arrivato a sfiorare i 200 punti base in scia ai sondaggi che davano in vantaggio il No al referendum di domenica. Sull’andamento influiscono anche le attese sulle prossime mosse del presidente della Bce, Mario Draghi, circa l’estensione del piano di quantitative easing nella riunione che terminerà giovedì, dando un ulteriore supporto ai titoli del debito pubblico dell’eurozona, inclusi quelli italiani. Per ora la scadenza degli acquisti per 80 miliardi di euro al mese è fissata per marzo 2017, ma molti analisti credono che Draghi allungherà l’orizzonte di almeno sei mesi. Molto, però, dipenderà dalle nuove proiezioni economiche della Bce sull’eurozona, che saranno rese note giovedì e che includeranno per la prima volta il 2019. Da non sottovalutare, poi, l’effetto positivo sui mercati mondiali del ricaro del petrolio in scia all’intesa dei giorni scorsi sul taglio della produzione da parte dei Paesi Opec.