Il panico sui mercati paventato prima del referendum costituzionale non si è materializzato. All’indomani della vittoria del No ad ampia maggioranza e dell’annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi, Piazza Affari ha registrato movimenti altalenanti con un brusco calo in apertura subito recuperato e ha poi chiuso in parità a -0,2 per cento. E questo nonostante il peso delle incertezze sulle banche, a partire da Unicredit (-3,36%) e Monte dei Paschi di Siena (-4,21%), i cui aumenti di capitale sono da tempo al centro delle preoccupazioni degli investitori sull’Italia. Ma anche le popolari come la Bpm (-7,91%) e il Banco (-7,44%) che hanno pesantemente pagato il conto della sentenza del Consiglio di Stato di venerdì sulla riforma del 2015. Nessuno scossone, poi, nel resto del Vecchio Continente: Francoforte, Parigi, Londra e Madrid hanno hanno chiuso tutte in positivo. Le ripercussioni dell’esito elettorale si sono in pratica sentite di più in Asia, dove i mercati erano ancora aperti quando il risultato elettorale è stato reso noto e così Tokyo e Shanghai sono state colpite dall’emotività senza avere il tempo di recuperare e hanno archiviato la seduta in rosso.

Più sensibile la reazione della moneta unica nei confronti della valuta americana. Il cambio tra euro e dollaro si è infatti portato sopra area 1,070 dollari già nel primissimo pomeriggio, recuperando circa il 2,15% rispetto ai minimi da oltre 20 mesi toccati nella notte a 1,0506 dollari. Nella serata di lunedì, poi, viaggiava in area 1,0736. Tengono bene, invece, i titoli di Stato con il rendimento dei Buoni poliennali del Tesoro a 10 anni che a fine giornata si attesta all’1,97%, praticamente in linea con venerdì. Il differenziale rispetto agli omologhi tedeschi, il famigerato spread, è salito da 162 a 165 punti complice un raffreddamento degli interessi pagati dal Bund.

“La vita in Italia va avanti anche dopo il referendum, politicamente ed economicamente”, commentano in un report gli analisti di Banca Imi. Tuttavia l’instabilità politica “ostacolerà la ricapitalizzazione delle banche italiane, perché – osserva Vontobel – mette in dubbio la capacità dell’Italia di riformare se stessa e aumentare la crescita tendenziale, prerequisito essenziale per la sostenibilità del debito sovrano“. Anche se le attese su questo fronte sono di un aiuto da parte di Mario Draghi: “Ci aspettiamo che la Bce giovedì annunci un’estensione del suo programma mensile di acquisto (quantitative easing, ndr) per altri sei mesi oltre il marzo 2017 per 80 miliardi di euro“. L’agenzia di rating Standard &Poor’s dal canto suo scrive nel suo bollettino che il risultato del referendum “per ora” non ha effetti sul rating sovrano del Paese perché “non ha immediate implicazioni per le politiche economiche e di bilancio oltre ai probabili cambiamenti di breve periodo nella politica italiana” . Discorso analogo per Fitch secondo cui il no al referendum italiano “non innescherà, di per sé, un’immediata azione sul rating sovrano dell’Italia” ma “aumenta l’incertezza politica”. La prossima revisione del rating italiano da Fitch è in arrivo “entro fine aprile 2017”.

Secondo Credit Suisse, poi, il prezzo delle banche europee in Borsa non prezza già pienamente la netta vittoria del No. “Il No è negativo per le azioni delle banche, ma i rischi di contagio potrebbero essere limitati – scrivono gli analisti della banca svizzera -. Non vediamo significativi rischi di funding per il settore in quanto ci sono numerosi strumenti della Bce per supportare le banche”. L’esposizione delle banche europee all’Italia “è relativamente limitata e pari a un’esposizione complessiva di circa 385 miliardi di euro, l’1,8% del totale“.
Gli analisti del Credit Suisse identificano comunque dei rischi più ampi per il settore legati a un contagio politico e a un rafforzamento dei partiti anti-establishment, guardando a alle elezioni presidenziali in Francia nel 2017.