Continuo a incontrare persone, membri del governo, amici e colleghi, che mi dicono la stessa cosa: “Lo sappiamo che alla fine, nel segreto dell’urna, voterai Sì”. Immagino che sia perché non appartengo a nessuno dei mondi che sono andati a comporre lo schieramento del No. Certo, mi sembra bizzarro che qualcuno pensi che io possa fare il vicedirettore di un giornale così schierato per il No e poi avere un’opinione completamente opposta. Ma colgo lo stimolo a chiarire come la penso, in queste ultime ore prima del voto.

Io vedo tre ragioni inoppugnabili per votare No.

Primo: lo scopo della riforma. In questi mesi ho chiesto a tutti i sostenitori del Sì con cui discutevo quale fosse lo scopo della riforma. Deve pur averne uno, chiaro e misurabile, che permetta tra dieci anni di stabilire se ha migliorato le cose o le ha peggiorata. Non ho avuto nessuna risposta precisa. I costi della politica non sono un argomento valido: anche nella stima ottimistica del professor Roberto Perotti, si risparmiano un centinaio di milioni all’anno. Spiccioli. Neppure la velocità delle leggi è una ragione sensata: l’80,16 per cento di quelle approvate nella XVII legislatura sono passate dalla seconda camera senza modifiche rispetto a quanto approvato nella prima. Tutta la legislazione che scavalca il Parlamento, dai decreti d’urgenza sulle banche ai decreti legislativi su lavoro e pubblica amministrazione, sarà anche rapida nell’immediato ma sempre più spesso finisce per infrangersi contro il muro della Corte costituzionale o della giustizia amministrativa. Per errori, illegittimità, abusi, pasticci.

Il vero scopo. Vedo quindi un unico, vero, scopo in questo stravolgimento della Costituzione, ben analizzato nel libro “Oltre il Sì e il No” (dialogo tra Alessandro Mangia e Andrea Morrone, a cura di Giorgio Zanchini): dare base più solida al potere dell’esecutivo, potere che appare sempre più friabile, castrato da vincoli di bilancio, legislazione europea, mutamenti nel quadro dei partiti. La riduzione del ruolo del Parlamento, di quello delle Regioni, degli elettori (che non potranno eleggere i nuovi senatori e, con l’Italicum, se votano per i partiti perdenti non sceglieranno neppure i deputati) serve a eliminare un po’ di contrappesi all’azione del governo. La cui debolezza, però, non è dovuta a lacci e lacciuoli, ma allo scollamento tra elettori ed eletti, tra promesse e capacità di mantenerle, tra aspettative e risultati.

E’ vero che le istituzioni devono adattarsi al cambiamento della società che le ha generate, ma per accompagnarlo, non per ostacolarlo. Il potere che si arrocca, scegliendo la resistenza invece della resilienza,  crea le premesse per svolte traumatiche, perfino violente.

Seconda ragione: il ruolo degli enti locali. Questa è una riforma schizofrenica per mille ragioni, ma una in particolare: assegna agli enti locali un apposito ramo del Parlamento proprio mentre toglie loro competenze, riportando al centro quanto era stato condiviso con la riforma costituzionale del 2001. Da un lato taglia fondi e compensi ai gruppi regionali, per i troppi sprechi e scandali, dall’altro eleva i loro rappresentanti al rango di senatori. I nuovi membri del Senato avranno uno status lasciato ambiguo: se rappresenteranno tutta la nazione o almeno il loro partito, come oggi, niente giustifica la loro mancata elezione. E il Senato degli Enti locali resterà solo sulla carta, diventando una somma confusa di senatori e consiglieri regionali con mandati di durata diversa, eletti da coalizioni e in fasi politiche tra loro molto differenti.

Se invece in nuovi senatori rappresenteranno davvero “i territori”, è lecito aspettarsi che difendano il proprio di territorio, non la logica federale in astratto. Il loro lavoro sarà quindi soprattutto di interdizione: ostacolare i provvedimenti che penalizzano la terra di origine, scaricando il costo di decisioni negative su Regioni o Comuni più lontani. Il Senato sarà il trionfo del metodo Nimby, “non nel mio giardino” e della richiesta di mance.

La capacità dello Stato di scavalcare le Regioni in nome di un non meglio definito “interesse nazionale” cambierà il tipo di contenziosi tra Roma e il territorio, ma non è affatto detto che ne riduca il numero. Visto che ognuno può avere la sua idea su cosa sia l’interesse nazionale.

Terzo: l’abuso di potere. Si vota nel merito, certo, ma il mio No è motivato anche dal metodo. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha condotto questa campagna elettorale in un modo che io giudico inaccettabile in una democrazia che vorrebbe essere matura, compiuta. Renzi ha sostanzialmente abusato della propria carica: prima ha degradato la Costituzione a questione da talk show, ha ridotto i principi su cui si regge il fragile equilibrio della convivenza civile a slogan per spettatori tv distratti, poi ha usato in modo lecito e meno lecito il suo ruolo per sedurre, minacciare, ricattare. Così da ottenere appoggi e – soprattutto – risorse da chi voleva avere un credito verso il governo: ha usato le Poste Italiane, la tv pubblica e quella privata, la legge sull’editoria e la legge di Bilancio, i consolati e le ambasciate per influenzare il voto estero, opaco e manipolabile. E, quel che è più grave, ha rinviato problemi giganteschi a dopo il voto: la crisi del Monte dei Paschi di Siena sarebbe stata molto più semplice da affrontare senza lasciarla incancrenire per scavallare il 4 dicembre. La cronaca giudicherà Renzi sul referendum, la storia sulle banche. Non il contrario.

I veri populisti anti-sistema. Su una cosa ha ragione Renzi: in Italia il voto anti-sistema, quello nella scia della Brexit e di Trump, è quello per il Sì. Perché sono i populisti, i demagoghi, i tanti infastiditi dalla fatica della democrazia che vogliono semplificare, “sburocratizzare”, accentrare, ridurre il tempo della riflessione a favore dell’azione. Sono loro, i populisti peggiori a provare fastidio per gli intellettuali, a celebrare una cultura che è fatta solo di estetica, di impressioni, e mai di idee a disprezzare i dubbi e chi li semina, a considerare il compromesso una sconfitta invece che l’unica vittoria democratica.

E se questa è l’alternativa al “sistema”, allora io preferisco conservare tutto così com’è. Perché in un’epoca in cui il nostro “mondo di ieri”, per usare l’espressione di Stefan Zweig, sembra liquefarsi in un cupo crogiuolo di razzismo, paura e irrazionalità, allora io farò tutto quello che posso per difendere i pochi punti fermi che ci sono rimasti.

Per questo domani io voto No. Per difendere la Costituzione, ma anche contro un presidente del Consiglio pasticcione, senza visione, che mente sui numeri e sulle stesse leggi che approva, sprezzante di quei valori che aveva promesso di difendere. E che ha tradito le speranze di chi, come me, aveva confidato in lui per rendere questo Paese migliore.