Sento ancora troppi amici affermare di non capire la riforma costituzionale che voteremo il 4 dicembre. Intanto troppe informazioni errate girano sul web, si sedimentano e necessitano risposte. Ci tengo pertanto a riassumere il mio punto di vista. Voto Sì perché questa riforma garantisce più stabilità, con la fiducia votata solo dalla Camera, senza avere più governi appesi al ricatto di due senatori.

Perché si mette finalmente fine al bicameralismo paritario, di cui si discute da 30 anni, con maggiore velocità nell’approvazione delle leggi, senza la necessità di due camere che le modifichino e votino entrambe, in un momento storico in cui la velocità è fondamentale in ogni decisione, a livello politico come di impresa.

Viene introdotto il voto a data certa e viene ridotto l’uso dei decreti di urgenza, che di fatto sono stati un modo per decidere su temi strategici senza aspettare le lungaggini del Parlamento. Strumento fin troppo usato, insieme alle fiducie, da governi di ogni colore, a dimostrare il classico italiano per cui sia più comodo trovare un modo per aggirare una norma vetusta e sbagliata piuttosto che cambiarla.

Siamo il Paese con il numero più alto di politici. Se passerà la riforma voluta dal governo Renzi il Senato diminuirà di 215 unità, risparmiando stipendi e indennità. Lo stesso accadrà con il tetto ai compensi dei consiglieri regionali, a oggi sproporzionati, con l’eliminazione dei rimborsi dei gruppi regionali, con l’abolizione del Cnel. La vittoria del sì non è fondamentale tanto per i risparmi, pur importanti, ma non enormi (se si guarda la spesa pubblica monster), quanto per il significato di una politica che finalmente sfoltisce se stessa e si riduce, di fronte a cittadini che fanno sempre più sacrifici, ma vedono le istituzioni e i loro rappresentanti sempre più lontani .

Con la vittoria del Sì, si torna a una separazione chiara tra Stato e Regioni perché con l’eliminazione delle competenze concorrenti si evitano quelle dispute sulla competenza centrale o locale che per 15 anni hanno ingolfato la Corte costituzionale. Lavorando tanto in varie parti del mondo, trovo assurdo che se si parla di elementi strategici come le reti di trasporto e navigazione, la formazione professionale, il trasporto e distribuzione dell’energia, e soprattutto la promozione turistica nel mondo, ci possano essere 15 diverse politiche regionali a scapito di un’unica strategia centrale che faccia l’interesse dell’Italia tutta.

Non ne posso più, sinceramente, di Regioni minuscole nel panorama globale che si auto promuovono nel mondo (spendendo, e tanto) senza riuscire però ad attrarre quei turisti che si preferiscono per la loro vacanza la Francia e la Spagna, nazioni che hanno politiche strategicamente centralizzate.

Con la modifica dell’articolo 97, la trasparenza degli organi locali diventa un obbligo costituzionale. Al di là delle frasi fatte sulla deriva autoritaria il sistema delle garanzie viene rafforzato: i referendum abrogativi avranno un quorum più basso solo se raccoglieranno 800mila firme, le leggi di iniziativa popolare dovranno essere discusse in tempi certi con 150mila firme, vengono introdotti per la prima volta i referendum propositivi o di indirizzo, sarà previsto un quorum più alto sull’elezione del Presidente della Repubblica.

Non sembra esservi dunque alcun potere maggiore del Premier, come molti cercano di far credere. Non si sta tradendo in alcun modo la Costituzione: nulla cambia nei valori fondamentali del nostro Paese e del nostro popolo, ma si vanno a modificare delle parti di funzionamento che nei decenni hanno dimostrato enorme necessità di miglioramento.

Oltretutto il cambiamento era già stato previsto dai Padri Costituenti, inserendo l’articolo 138. Suggerisco, a tal proposito, di leggere le parole di Piero Calamandrei o Meuccio Ruini, che già in sede di Assemblea Costituente ne prevedevano una necessaria revisione da parte delle generazioni future. Soprattutto questo è un momento cruciale in cui l’Italia può avere l’ambizione di giocare un ruolo internazionale soltanto se saprà pesare in Europa, con una propria reputazione, e potrà farlo soltanto se saprà andare avanti nel suo processo di cambiamento, riformarsi, prendendo il rischio di andare avanti invece di stare fermi, scommettendo sul futuro invece di lamentarsi del presente.

Infine, nel variegato gruppo dei D’Alema e Dibba, Berlusconi e Salvini, Pomicino e Monti, non trovo alcuna motivazione sensata se non la voglia di mandare a casa Renzi per squisiti motivi di tornaconto politico personale. Agli amici e tutti gli italiani che pensano di votare No, non certo per le motivazioni dei politici appena citati, trovando le proprie ragioni in una serie di mancanze che questa riforma può avere e in una serie di obiezioni che è legittimo porre, rispondo che vi sono obiezioni su singoli punti che io stesso posso condividere, e che sono frutto di un compromesso politico, base della democrazia parlamentare. Invito tutti, però, a guardare la riforma con obiettività, staccandosi dalla preferenza politica, valutandola nella sua completezza.

Con un bilanciamento dei suoi pro e dei contro vale veramente la pena di bloccare il cambiamento di questo Paese, rimandandolo ai prossimi 20 anni, per obiezioni di processo o limitate a piccoli punti più che per la sostanza? Per me non ne vale assolutamente la pena. E voto Sì, convinto.