Tutti a scherzare su Lady Brunetta che, nascosta dietro l’account Beatrice, si industriava a sparare sciocchezze e dietrologie grilline proprio come facevano i provocatori che si infila(va)no nei cortei a fare le caricature estremiste di quelli che ci andavano credendoci. Lei se la cava chiedendo scusa per aver dato del mafioso a destra (no, forse a destra no) e a manca (tanto era satira, dice la moglie del leader forzista del No) e nel frattempo si sarà già creata un altro account dietro cui continuare a farlo, magari stavolta tingendosi di leghismo anziché di grillismo, tanto il passo è minimo e gli attrezzi linguistici sono identici.

Il punto che emerge, peraltro, è di ordine più generale: i social sono adattissimi a pubblicizzare il livello privato, da cui la massa dei gattini, dei cibi appena impiattati, dei “quest’oggi sorrido” e degli spleen in pantofole; ma è ormai chiaro che danneggiano il processo inverso, quello per cui ogni singolo, non più solitario nella folla, grazie alla rete conta per quel che tutti vorrebbero e dovrebbero contare, e cioè per uno. Già, ma a pensarci bene, come potrebbe mai valere uno quando non si sa quell’uno chi sia, visto che sui social è tutta una sarabanda di nomi di fantasia e che dove twitta un “soi disant” santo può esserci invece la lingua del demonio?

E allora, uno che non abbia gattini da celebrare, non può che squagliarsela, cancellandosi dal social dove per amore di novità tempo addietro si era registrato con autentici nome, cognome e fotografia, perché ormai si è persuaso – e la Brunetta svelata è il colpo di grazia – che l’utilità di quel che legge è pari a zero mentre la disutilità di ciò che gli resta comunque appiccicato alla mente è incommensurabile. Quindi ci apprestiamo a cancellarci, appena ci saremo raccapezzati sul come si fa. A meno che i proprietari dei social suddetti non facciano il passo di stabilire che siano ammessi solo gli account trasparenti e della cui verifica di autenticità loro stessi si facciano garanti. Sicché da lì in poi alle “Brunette” che riprovano a indossare il velo dell’anonimato potranno dire “ti conosco mascherina” e le costringeranno, se proprio vorranno dirci qualcosa, a guardarci e a farsi guardare dritti negli occhi. Gli do poco tempo, comunque, e tra una settimana mi cancello. Se ci riesco.