Hanno chiesto di archiviare l’indagine sugli assassini ma altre novità potrebbero presto emergere sui motivi che portarono all’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Ventisei anni dopo quell’agguato che lasciò sull’asfalto di Villagrazia di Carini i cadaveri dei due giovani sposi, l’ennesimo colpo di scena irrompe in una storia fatta di misteri, incognite e verità capovolte. A spiegarlo sono i pm Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, in calce alla richiesta di archiviazione per Gaetano Scotto, Antonino Madonia e Giovanni Aiello, alias Faccia da mostro, l’ex poliziotto con una profonda cicatrice che gli deturpa il viso. “In ordine al tema delicatissimo del contesto e del possibile movente che può aver determinato l’omicidio di Agostino, deve in questa sede assolutamente sottolinearsi che questo ufficio ha tuttora in corso una complessa e articolata attività d’indagine in corso di svolgimento nell’ambito di autonomo procedimento, pendente in fase di indagine preliminari”, scrivono gli inquirenti alla fine dell’istanza depositata al gip per chiedere la chiusura delle indagini sulle tre persone accusate dell’omicidio Agostino.

L’omicidio Agostino: un caso maledetto – Sei righe che aprono un nuovo spiraglio nello stesso momento in cui i magistrati chiedono di archiviare le accuse a carico dei presunti killer del poliziotto palermitano. D’altra parte quella dell’omicidio Agostino, assassinato nel tardo pomeriggio del 5 agosto 1989, è una storia maledetta. Già nel 2013 i pm avevano chiesto di archiviare l’indagine, ma il gip Maria Pino aveva bocciato l’istanza. Poi nell’agosto del 2015 era arrivata la richiesta d’avocazione dell’inchiesta da parte del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, annullata in seguito dalla Cassazione. E adesso i pm chiedono nuovamente di archiviare l’inchiesta. Il motivo? “L’attività d’indagine svolta – scrivono – non ha consentito, a parere di questo ufficio, di acquisire quegli auspicati riscontri individualizzanti in termini di certezza probatoria sufficiente ad esercitare proficuamente l’azione penale e successivamente a resistere all’eventuale vaglio dibattimentale”.

Tradotto: le prove raccolte non bastano per un processo. Due sono i collaboratori di giustizia principali dell’indagine: uno è Vito Lo Forte che aveva riferito di aver raccolto confidenze sulle modalità dell’omicidio da uomini interni a Cosa nostra. “La fonte di questa conoscenza de relato di Lo Forte – spiegano sempre i pm – è stata individuata dallo stesso collaboratore in ciascuno dei verbali di interrogatorio cui è stato sottoposto, in soggetti di volta in volta diversi (in particolare: Pietro Scotto, Gaetano Vegna, Vito Galatolo)”. Poi c’è proprio il giovane Galatolo, il rampollo della famiglia dell’Acquasanta che nel 2014 aveva deciso di vuotare il secco e collaborare con la magistratura. Per gli inquirenti si tratta di un collaboratore altamente credibile, ma nel caso dell’omicidio Agostino “ha riferito soltanto ricordi tendenzialmente generici, che riguardano essenzialmente il contesto con il possibile movente della fattispecie omicidiaria in esame”, mentre “in ordine all’esecuzione dell’omicidio, non ha potuto fornire indicazioni realmente specifiche, ma si è limitato a dichiarare di non potere escludere di aver saputo che Gaetano Scotto fosse immischiato in questa vicenda e ancora di aver sentito che Nino Madonia fosse considerato sapitore (cioè a conoscenza ndr), in ordine all’omicidio Agostino”.

“Il riconoscimento è significativo ma non basta” – Poi c’è il confronto all’americana: il 26 febbraio scorso, infatti, Vincenzo Agostino, padre dell’agente assassinato, ha riconosciuto in Aiello l’uomo con la faccia deturpata che tra l’8 e il 10 luglio del 1989 venne a cercare suo figlio in casa dicendo di essere un collega. Nella ricostruzione della procura Aiello è l’uomo che aiuta nella fuga Scotto e Madonia, subito dopo l’assassinio di Agostino e della moglie. Per i pm quel confronto all’americana del febbraio scorso ha avuto “certamente un ruolo significativo”, ma non basta a chiedere un processo per l’ex poliziotto vista la “decorrenza di un lunghissimo asse temporale (oltre 25 anni) dall’epoca dei fatti” e quindi “il conseguente e significativo cambiamento delle fattezze fisiche di Aiello”. In più i magistrati citano la “recente ed ampia divulgazione delle immagini dell’attuale volto di Aiello nei mesi precedenti all’individuazione” e i “molteplici e ulteriori atti di individuazione da parte dello stesso Agostino nei confronti di soggetti diversi da Aiello”.

Faccia da mostro, però, non è indagato solo per l’omicidio di Agostino, ma anche per concorso esterno a Cosa nostra: sono diversi, infatti, i pentiti che lo dipingono come una sorta di killer con il tesserino dei servizi in tasca che ha agito sullo sfondo di diversi omicidi di mafia. In più diversi testimoni lo indicano come assiduo frequentatore di fondo Pipitone, e cioè la base storica della famiglia Galatolo nella borgata marinara dell’Acquasanta: lì i boss si riunivano per discutere degli affari di Cosa nostra, da lì partivano gli ordini di morte per alcuni degli omicidi eccellenti degli anni 80, e sempre lì i pentiti raccontano di aver visto più di una volta Aiello. Una serie impressionante di testimonianze che per i pm “costituisce prova insuperabile da poter ritenere Aiello in contatto qualificato con Cosa nostra (se non addirittura intraneo)”. Solo che tutti i racconti dei collaboratori di giustizia si fermano al massimo alla fine degli anni Ottanta, ed è per questo che per i magistrati anche “il reato di concorso esterno deve ritenersi estinto per prescrizione”. A questo punto la palla passa al gip, mentre il padre dell’agente ucciso si dispera per la richiesta d’archiviazione. “Sono veramente stanco, ma non mollo – dice Vincenzo Agostino – Fino all’ultimo respiro che mi resta chiederò verità e giustizia per mio figlio. Ma oggi Antonino è stato ucciso di nuovo. Ancora una volta chi ha servito lo Stato fino al sacrificio estremo è stato pugnalato alle spalle e noi con lui”.

L’indagine top secret – Sul tavolo dei pm, però, rimane l’altro filone d’indagine, quello top secret che promette di svelare elementi mai raccontati fino a questo momento sul caso Agostino. E in effetti la parte più misteriosa dell’omicidio del giovane agente di polizia è proprio quella relativa al movente. Ufficialmente, infatti, Agostino era un semplice poliziotto della sezione Volanti del commissariato San Lorenzo: perché i boss di Cosa nostra avrebbero dunque dovuto assassinarlo insieme alla moglie? “Lui ed Emanuele Piazza cercavano latitanti”, ha detto in una delle sue deposizioni Galatolo. E infatti da alcuni anni gli investigatori lavorano ad una traccia che collega la morte di Agostino a quella di Piazza, ex agente di polizia, ex assicuratore, collaboratore dei servizi segreti sotto copertura, scomparso senza lasciare tracce dalla sua casa di Sferracavallo il 16 marzo del 1990. Lo stesso Lo Forte ha spiegato che da quanto gli risultava l’omicidio dei due era da collegare alla loro presenza all’Addaura il 21 giugno del 1989, quando un borsone con 58 candelotti di esplosivo venne ritrovato nei pressi della villa presa in affitto da Giovanni Falcone. È il fallito attentato che lo stesso Falcone attribuirà poi a “menti raffinatissime”, mentre secondo un testimone il giudice al funerale di Agostino si sarebbe lasciato scappare: “Io a quel ragazzo gli devo la vita”.

É per questo che vengono assassinati Piazza e Agostino? Perché neutralizzarono l’attentato a Falcone? O perché stavano indagando sulle menti raffinatissime che si muovevano dietro ai fatti dell’Addaura? E poi c’è una qualche connessione tra gli omicidi di Agostino e Piazza con quelli di altri due personaggi inghiottiti dalla lupara bianca a Palermo nello stesso periodo? Uno si chiamava Gaetano Genova, faceva il vigile del fuoco e scomparve nel nulla il 31 marzo del 1990. Passa qualche giorno ed evapora anche Giacomo Palazzolo: anni dopo il pentito Enzo Salvatore Brusca racconterà che quell’omicidio venne ordinato ed eseguito in un garage di Capaci perché il giovane era sospettato di essere “un informatore della polizia”. Quattro ragazzi, quattro omicidi mai chiariti, quattro fatti di sangue che sembravano separati e che invece potrebbero essere uniti dallo stesso destino: nella Palermo di fine anni ’80 c’era forse una squadra top secret attiva nella ricerca di latitanti? Un task force di agenti scelti che qualcuno ha poi ordinato di neutralizzare in maniera scientifica? Si spiegherebbero così le sorti dei quattro giovani, assassinati nello stesso periodo con modalità che definire oscure è un eufemismo. Fino ad oggi però sono soltanto ipotesi, interrogativi ai quali l’ultima indagine della procura di Palermo proverà a dare una risposta.

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