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Il 19 novembre avrò l’emozione di intervistare a Firenze Loredana Rotondo in una iniziativa pubblica, su invito di Lorella Zanardo. Loredana Rotondo è una delle sei registe e attiviste che produssero il film Processo per stupro, andato in onda per la prima volta in Rai nell’aprile del 1979. Avevo da poco compiuto 20 anni, e ricordo tutto di quella serata così importante, trascorsa davanti al televisore accanto a mia madre, entrambe inchiodate, senza parole, di fronte al coraggio e alla determinazione dell’avvocata Tina Lagostena Bassi e di Fiorella, la giovane violentata da quattro uomini. Nell’aula del tribunale, (per la prima volta le telecamere entravano in quel luogo) una giovane donna veniva messa alla gogna, passando da vittima della violenza a imputata, ridicolizzata, offesa e derisa dagli avvocati e dal giudice. Dopo quasi 40 anni in Italia molte leggi sono state varate grazie alle lotte del movimento delle donne, lotte alle quali hanno partecipato convintamente anche donne che non condividevano tutto del pensiero femminista, e qualche uomo, dentro e fuori le istituzioni. Ma 40 anni sono pochi per dirsi fuori dal clima di intimidazione e di ingiustizia fotografato nel film, considerando che dentro a questa manciata di tempo è trascorso, depositando molto veleno, il lungo ventennio berlusconiano, dominato dalla tv spazzatura e dalla quotidiana umiliazione mediatica del femminile, come ha raccontato il documentario Il corpo delle donne.

Verifico, ogni volta che vado nelle scuole, nei dibattiti, nelle formazioni, in certi titoli sulla stampa nazionale, quanto fragile sia la consapevolezza che il sessismo è una malattia grave ed endemica che ammorba la democrazia, per non parlare della cronaca, (l’episodio di Melito, solo per citarne uno), o la conta infinita dei femminicidi. Ci sono, sì, importanti segnali di cambiamento: molti insegnanti chiedono che l’educazione all’affettività e al rispetto entri nelle aule, ma la resistenza accanita di chi ha opportunamente inventato l’emergenza ‘gender’ ha alleati forti nelle istituzioni, come si è visto con la recente iniziativa della Regione Liguria di istituire degli sportelli contro la diffusione della “cultura gender”. Lavorare in Italia contro la violenza maschile e il sessismo significa spesso provare l’impressione che ciò che si fa sia una goccia nel mare di indifferenza, minimizzazione del problema, aggressività che si moltiplica grazie ai social. La vittoria di Donald Trump, un misogino violento alla presidenza degli Usa e la sottovalutazione di quello che significa a livello simbolico per le conquiste delle donne ha fatto emergere una quota preoccupante di misoginia che serpeggia tra le donne, che, al netto degli innegabili difetti della candidata democratica Hillary Clinton, ha messo in luce come sia difficile per alcune scegliere una propria simile come argine alla deriva oscurantista. Anche se non sono convinta che le manifestazioni di piazza siano una pratica sempre efficace, penso che la visibilità dei corpi reali, dei volti, delle voci delle donne nello spazio pubblico sia importante oggi in un mondo dove più spesso è la virtualità a dominare i desideri e i progetti. La chiamata della rete Non una di meno a manifestare a Roma il 26 novembre contro la violenza maschile è un modo per ritrovarsi tra donne e uomini che provano un disagio profondo nel vedere dilagare come normale la violenza misogina nel linguaggio, nei gesti, nella cultura, nei media, nei luoghi di lavoro e nella società.

Negli ultimi tre anni, assieme a decine di uomini sconosciuti, ho calcato le scene di oltre 30 teatri, grandi e piccoli, dal nord a sud, condividendo con un pubblico sempre crescente l’esperienza di Manutenzioni-Uomini a nudo, com il primo laboratorio italiano di teatro sociale per uomini contro la violenza maschile.

Sono convinta che la maturità di elaborazione e l’autorevolezza del pensiero femminista a livello globale possa annoverare a suo favore l’avere convinto anche gli uomini a camminare a fianco delle attiviste. Penso sia una vittoria straordinaria per il movimento delle donne che giovani come Chimamanda Ngozi Adichie ed Emma Watson parlino con convinzione del femminismo come del pensiero guida per ribaltare ingiustizie e disuguaglianze nel pianeta, e che invitino gli uomini ad assumersi la responsabilità in questo percorso, così come è una vittoria che l’uscente presidente degli Usa Barack Obama si definisca femminista: perché la violenza maschile ci riguarda tutte e tutti, e per sconfiggerla dobbiamo tutte e tutti camminare insieme.