Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica, ha un sogno: avvertito il passo pesante del nemico alle porte – i Trump di casa nostra, pronti a dare “un calcio al sistema”- Pier Luigi Bersani si reca a Palazzo Chigi e affida a Renzi una “dichiarazione libera e responsabile” sulla legge elettorale “che consenta finalmente (al Pd, ndr) di avere una posizione comune sul referendum”.

A questo punto la politica fa un giro, cioè torna a occuparsi d’altro, salvando così il sistema liberal democratico. Un sogno dello stesso tipo allieta evidentemente i sonni di Paolo Mieli, padre nobile del Corrierone, che giovedì scorso, durante la trasmissione Otto e mezzo, ha spiegato che le forze antisistema trionfarono, nei primi decenni del secolo scorso, grazie a un fronte prosistema non sufficientemente coeso.

Il messaggio – a testate unificate, si potrebbe definire – lascia sorpresi per più di un motivo. Innanzitutto perché le forze antisistema – sorvolando per il momento sulla facilità con cui viene applicata questa etichetta – non sono l’Anticristo: più dell’acqua santa di un’unità improvvisata, richiederebbero un minimo di analisi. La storia ci ha consegnato l’immagine indelebile di un Mussolini, leader antisistema per modo di dire, che marcia alla conquista del potere viaggiando in vagone letto. I fascisti non erano gli unni e autorevoli rappresentanti della politica di impronta liberale ebbero poltrone nel primo governo Mussolini.

Il pericolo non proveniva dalla sinistra che fin lì si era opposta all’establishment liberale, ma da una classe dirigente pronta a scendere a patti col nuovo arrivato pur di tenere lontani dal potere vasti strati di popolazione. Accusato l’uno-due Brexit-Trump, non ci si preoccupa di capire quali serbatoi alimentino i motori del cosiddetto populismo, ma solo di arginarlo con operazioni di maquillage.

Possiamo immaginare con quale effetto su un un pubblico che, prima di perdere fiducia nella politica, ha smesso di comprenderla. Bersani, sicuramente memore delle traiettorie poco rettilinee della minoranza Pd, ha già risposto picche. Il sogno tuttavia è parte integrante della vita e non sembra giusto interromperlo. Forse è sufficiente ampliarne l’orizzonte. Vediamo come.

Preso atto della vittoria di Trump, il Pd si impegna, a referendum concluso, a rivisitare l’intera linea del partito con l’obiettivo principale di svuotare i giacimenti di paura e insicurezza che forniscono alibi e carburante agli emuli del miliardario americano. Ad esempio, impegnandosi pubblicamente a cancellare lo sconcio di giovani con contratti di formazione che dopo un anno – in cui hanno ricevuto paghe minime, senza contribuzione – vengono lasciati a casa e sostituiti con nuovi tirocinanti. Si impegna altresì a rivedere radicalmente una legislazione del lavoro che ha permesso il dilagare dei cosiddetti voucher e quindi di nuovo precariato, riducendo peraltro i diritti connessi all’impiego a tempo indeterminato (cancellazione dell’articolo 18).

Il partito ricorda a questo proposito che non occorre essere dei demagoghi zazzeruti per occuparsi di quelli che Trump ha definito i forgotten men and women, donne e uomini dimenticati dalla globalizzazione, che ha azzerato il loro lavoro o ha comunque livellato al ribasso le loro condizioni di vita. Di “uomini dimenticati” si occupò, nella fase più acuta della Grande depressione, anche F.D. Roosevelt.

Certo non è possibile riprendere pari pari la ricetta del New Deal, ma ci sono esperienze che indicano, ad esempio, che dove lo Stato investe in conoscenza, arrivano capitali e buona occupazione (posti di lavoro a tempo indeterminato, senza jobs act). Nel nostro sogno, il Pd si impegna a combattere la corruzione – altra fonte di insicurezza – anche al suo interno, senza aspettare l’iniziativa della magistratura, e a prendere finalmente in esame proposte di riforma della giustizia semplici ed efficaci come quella sottoscritta da Nicola Gratteri, uno dei magistrati antimafia più impegnati, lasciata in un cassetto da Matteo Renzi.

Questo, ancorché incompleto, sembra un sogno vero. Riproporre un plebiscito sull’uomo di Rignano appare più che altro l’ossessione ricorrente di una cultura politica che punta sui leader, a prescindere dalle loro idee.