I risultati del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea mostrano quanto l’opinione pubblica sia spaccata a metà, tanto nel paese di sua maestà quanto nel Vecchio Continente. Cresce da un lato l’impatto della retorica nazionalista, riportando il dibattito pubblico su temi che credevamo seppelliti con il secolo scorso, ma dall’altro s’intravedono anche i germi di un inaspettato senso di appartenenza europeo. Chi di certo vive in chiaroscuro questo momento storico sono gli Europeans di Gran Bretagna.

E’ notizia di qualche settimana fa la proposta di Amber Rudd, ministra degli Interni del governo May, che chiedeva alle imprese di elencare il numero di dipendenti stranieri: “perché ce ne sono troppi” e tolgono lavoro ai britannici. Parole che, pronunciate in un’epoca nella quale assenza di barriere e facilità negli spostamenti hanno stravolto la demografia del Vecchio Continente, risultano anacronistiche. Se la proposta fosse davvero implementata (anche se c’è stata una fortissima ondata di reazioni da parte di vari segmenti della società civile britannica), da un momento all’altro qualche milione di cittadini europei dovrebbe essere segnalato: “schedato”, per così dire. Al di là delle parole della Rudd, il conteggio inizia ad avvenire informalmente nelle scuole, dove i genitori europei si trovano a rispondere a questionari e domande che non hanno nulla a che vedere con i trattati di libero movimento e scambio. Un giornalista inglese qualche settimana fa ha paragonato le parole della ministra degli Interni a quelle del Mein Kampf. Paradossi di un paese aperto come nessun altro in Europa, che sembra essere sul punto di fare una giravolta a 360 gradi rispetto al precedente governo conservatore (del quale fra l’altro la May era tra i membri più in vista).

A complicare i piani del nuovo governo conservatore ci ha pensato l’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito. I giudici hanno stabilito che l’attivazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona (quello che riguarda il processo di uscita di uno Stato Membro dall’Unione) deve per forza passare attraverso il voto del Parlamento. Questo, non vuol dire che la Brexit possa essere bloccata, ma che il processo potrà essere più lento e le negoziazioni dovranno essere discusse punto per punto dalla House of Commons. L’effetto più tangibile della decisione sarà quello di privare il governo May della possibilità di stabilire univocamente le regole dell’uscita, ciò porterà forse a negoziare un processo più ponderato, e probabilmente più permissivo nei confronti di quelli che hanno deciso e decideranno di andare a lavorare nel Regno Unito dall’Europa.

In questa situazione c’è un effetto collaterale positivo che s’intravede all’orizzonte: in quei milioni di tedeschi, italiani, polacchi, spagnoli, greci che hanno deciso di andare a vivere in Gran Bretagna, inizia a radicarsi un sentimento spontaneo di Europeismo. Gli europei di Albione s’incontrano nei pub di Londra e discutono di politica, di potenziali scioperi; azioni collettive in germe che piantano il seme di una nuova coscienza europea proprio nel pezzo di continente che vuole “staccarsi”. Il quarantenne italiano guarda il suo collega tedesco e probabilmente lo sente meno estraneo rispetto a qualche mese fa, magari divisi da classe e reddito, sono accomunati però dal rifiuto del nuovo conservatorismo strisciante interpretato dai Tories. Tra gli expat s’intravedono dei chiari segnali di discontinuità rispetto alla fase storica che stiamo vivendo a livello istituzionale: l’incapacità della politica di dare rappresentanza al mutamento delle esigenze della società ha l’effetto di riunire sotto lo stesso tetto un gran numero di cittadini europei. Identità diverse che si riconoscono in una cultura unita e libera, le cui radici, seppur ancora giovani, sembrano già robuste. Paradossi di un referendum nato per dividere ma che, alla fine, rischia di avere (forse) anche l’effetto contrario.