Le elezioni Usa, attualmente in corso, hanno polarizzato l’opinione pubblica mondiale che le ha seguite da vicino quasi riguardassero davvero le sorti del mondo. La volta scorsa mi sono soffermato sulle ragioni che spingono Erdoğan a preferire Trump alla Clinton: il sostegno del tycooon americano incassato a proposito del fallito colpo di stato è bastato al dittatore turco per fargli sperare che una vittoria di Trump avrebbe potuto facilitare la pratica di estradizione di Gülen, uno dei suoi principali nemici, per processarlo in patria.

Non solo la Turchia, tuttavia, ma tutti i Paesi del Medio Oriente attendono con trepidazione un cambiamento di rotta o una conferma dell’attuale politica intervenzionista dalla sfida tra Trump e Clinton che ormai si sta avviando alle ultime battute.

Israele, in particolare, sente che tra Clinton e Trump si gioca tutto il senso dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti, ovvero delle crescenti difficoltà riscontrate con i Democratici – tra cui Obama, che ha goduto di bassissima popolarità sia presso il governo che presso l’opinione pubblica per l’accordo nucleare con l’Iran – mentre con Trump potrebbe avviarsi una nuova stagione di rapporti ravvicinati e di stretta cooperazione. Il governo israeliano si attende molto dalla nuova amministrazione Usa: intellettuali ed esperti di tutto l’arco politico si stanno al momento affannando a prevedere l’impatto che l’uno o l’altro candidato potrebbero avere sulla politica interna di quello che spesso viene identificato come il 52esimo Stato americano, tanto la sua stessa esistenza, la sua politica di difesa e di bilancio sono intrinsecamente legate agli Usa.

Se vince la Clinton, il governo israeliano pensa che sostanzialmente ci sarà una continuità rispetto ad Obama: una continuità che darebbe comunque ad Israele delle assicurazioni formali sulla sua sicurezza ma che comporterebbe il mantenimento delle attuali relazioni all’insegna della freddezza e della disillusione reciproca, a causa dello stallo nei negoziati di pace con i Palestinesi, della continua creazione di colonie, ma anche delle ingerenze del Primo ministro Netanyahu negli affari interni americani in occasione della rielezione di Obama, mai dimenticata da parte Usa.

La posizione di Trump, invece, suscita animate discussioni ed è fonte di divisioni tra Laburisti e sostenitori del Likud, ma è anche accolta dalla Destra israeliana come una nuova ventata di ossigeno e una possibilità di rifondazione dell’alleanza tra i due Paesi, improntata a una convergenza di vedute su dossier internazionali importanti come il terrorismo di matrice islamica, l’ISIS, il rapporto con l’Arabia Saudita e la necessità di respingere i migranti – messicani per Trump e eritrei e sudanesi per Netanyahu – a dispetto delle convenzioni internazionali.

Trump, che nel suo breve ma già abbondantemente discusso passato politico ha accettato finanziamenti e sostegno perfino dal leader del Ku Klux Klan, noto antisemita e negazionista, David Duke, ma che contraddittoriamente – com’è nella natura del personaggio – vanta anche una figlia, Ivanka, convertita all’ebraismo a seguito del matrimonio con un ebreo americano, si presenta come un acceso difensore di Israele ed è apertamente sostenuto da Netanyahu e dalla sua cerchia, che lo considerano il candidato che può salvare l’America e il carattere liberale che l’ha fatta fiorire finora da ondate migratorie massicce, soprattutto di origine musulmana, che potrebbero comprometterne il tessuto sociale.

Infine, la sfida Trump-Clinton versus Israele è anche e soprattutto una sfida interna, in cui influenti magnati ebreo-americani si affrontano direttamente schierati su fronti opposti per difendere due visioni di Israele, ma anche del contributo ebraico alla società americana: il primo, Sheldon Adelson magnate dei casinò di Las Vegas e influente sostenitore di Trump, si dice portatore di una visione liberale degli Stati Uniti in cui, però, l’immigrazione deve essere drasticamente fermata, e di una politica estera che veda gli Stati Uniti schierati nettamente in campo con Israele. Il secondo, Haim Sabban, si presenta piuttosto come un liberale della East Coast, produttore di programmi televisivi e di intrattenimento, tradizionalmente vicino ai Democratici e finanziatore di importanti think tank e centri studi sul Medio Oriente, anche lui fieramente difensore di Israele ma anche cautamente aperto alla necessità di scendere ad un accordo con i Palestinesi e, in generale, e a posizioni realistiche in politica estera che lo associano alla Clinton.

Mentre l’Istituto di Democrazia israeliana che un 43% degli israeliani preferisce ancora la Clinton per la sua conclamata esperienza sul Medio Oriente contro un 34% apertamente a favore di Trump, la sfida tra i due candidati si giocherà soprattutto per vincere il voto di quei 300.000 ebrei americani che silenziosamente si sono trasferiti in Israele negli ultimi anni pur conservando la loro cittadinanza Usa, tra cui si trovano ben 60.000 coloni. Non è un caso che sia la Trump che Clinton abbiano aperto uffici elettorali distaccati in questo Paese per accaparrarsi il consenso di elettori ebrei americani che, più che per il loro effettivo peso demografico, pesano a livello simbolico su queste elezioni.