L’intenso, e non sempre equilibrato, dibattito sulla revisione alla Carta costituzionale vede quasi assenti gran parte del mondo ambientalista e dei movimenti sociali. Riteniamo invece che un approfondimento, in particolare sugli effetti che tali modifiche potrebbero avere su questioni che riguardano l’ambiente, il territorio, l’energia, il clima, e sulle forme e i modi di incidere e partecipare da parte dei movimenti sociali, sia assolutamente necessario, pur senza entrare in più complesse argomentazioni di diritto costituzionale.

Partiamo da alcune modifiche che a noi sembrano rilevanti.

Nel 2001 la riforma del Titolo V Parte seconda della Costituzione, pur con i suoi limiti, aveva stabilito nell’art. 117 gli ambiti in cui lo Stato aveva potestà legislativa esclusiva e quelli in cui le Regioni potevano esercitare potestà legislativa concorrente, pur riconoscendo allo Stato il mantenimento delle funzioni di indirizzo generale (leggi cornice e leggi quadro). Oggi diventerebbero di competenza esclusiva dello Stato, oltre che l’energia e le infrastrutture strategiche, anche la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia (materia finora concorrente), nonché le infrastrutture strategiche e le grandi reti di trasporto e di navigazione e relative norme di sicurezza; i porti e gli aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

Inoltre, diventano di competenza legislativa esclusiva dello Stato il governo del territorio (disposizioni generali e comuni); la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; il sistema nazionale e il coordinamento della protezione civile, ed altro ancora; aggiungendo infine un’ulteriore clausola di supremazia statale.

Non ci nascondiamo le contraddizioni e le difficoltà applicative della riforma del Titolo V, né che le Regioni oggi siano spesso male amministrate e inquinate da malcostume e corruzione (elementi non certo qualificanti per chi deve rappresentare il Senato della Repubblica) ma la “visione del mondo” (la weltanschauung) che ispira l’attuale proposta di riforma, rappresenta una profonda e antistorica marcia indietro ed è molto indicativa della tendenza accentratrice su temi che non possono prescindere dalla partecipazione e dal confronto con i territori.

Tali implicazioni, oltre ad amplificare ulteriormente il divario amministrativo tra Regioni a Statuto speciale e le altre, non sono prive di conseguenze, a partire dalle questioni legate al governo del territorio. Pensiamo a cosa questo può voler dire nel caso di autorizzazioni di grandi infrastrutture, di impianti energetici o, ad esempio, sulle trivellazioni, e avere una forte ricaduta sul percorso verso la decarbonizzazione del nostro sistema produttivo, sulla transizione energetica, sullo sviluppo di un modello energetico fondato sulla generazione distribuita e sull’uso razionale delle risorse di ogni territorio.

Materie delicate che hanno urgenza di un quadro unitario di riferimento nazionale, e per altri versi europeo, ma la cui gestione e articolazione va declinata sui territori e la possibile sperimentazione di innovazioni, necessita di poteri decentrati, che siano interlocutori con la dialettica sociale, nella quale i movimenti e le associazioni possono meglio articolare le loro posizioni e raggiungere dei risultati.

La compressione e lo svilimento delle forme di partecipazione inoltre sono evidenti anche nelle modifiche agli art. 71 e 75 della riforma della Costituzione: le modifiche alle norme per l’indizione di referendum abrogativi e per proporre leggi di iniziativa popolare non aumentano le possibilità di partecipazione dei cittadini, anzi, per certi versi, aumentano gli ostacoli, alzando il numero delle firme necessarie.

La dialettica sociale – che non riguarda solo gli ambientalisti, ma anche i lavoratori, i consumatori e i cittadini in generale – non può delegare al “capo” del governo (usiamo questo termine perché per la prima volta è stato inserito nella legge elettorale) che ha “vinto” (la sera delle elezioni), ma va stimolata attraverso la partecipazione e la democrazia che non può esaurirsi nella scadenza elettorale ogni 5 anni (oltretutto sempre meno partecipata), ma deve alimentarsi di momenti di ascolto e di confronto continuo a livello centrale e periferico.

Respingiamo le accuse di essere “difensori dell’esistente”, “conservatori dello status quo”, “sostenitori delle lungaggini burocratiche”, proprio perché i movimenti in cui siamo impegnati si battono per il cambiamento, qui ed ora, ma sono anche consapevoli che la direzione del cambiamento è importante ancor più dei tempi. Non a caso, e non per colpa del “bicameralismo perfetto”, ma per mancanza di volontà politica del governo, che il nostro Parlamento non ha ancora ratificato gli accordi di Parigi rinunciando così ad un ruolo protagonista nella Cop 22 di Marrakech del prossimo novembre.

Queste considerazioni possono sembrare sommarie e non affrontare argomenti ben più corposi che vengono portati a critica della revisione della Costituzione, ma abbiamo voluto partire proprio dal nostro “vissuto”, dalle questioni specifiche di cui ci occupiamo, per maturare la convinzione che questa riforma va in contraddizione con quanto, con tenacia e fatica, cerchiamo di costruire con e nei movimenti.

Mancano meno di due mesi al voto. E’ necessario che la galassia dei movimenti sociali e ambientali, i comitati locali, i cittadini che ogni giorno difendono i territori dagli scempi, entrino con determinazione in questo dibattito, evitando un falso luogo comune, ossia che questo ci porterebbe a prendere parte in contrapposizioni tra schieramenti politici che non ci appartengono. La questione invece ci riguarda e ci riguarda molto da vicino!

di Mario Agostinelli (Ass. Energiafelice), Vittorio Bardi (Ass. Si rinnovabili No nucleare), Emilio Torreggiani (RSU Almaviva)