Viviamo nell’epoca nella quale parlare al prossimo utilizzando espressioni quali “sono fatti miei” o “fatti i fatti tuoi” è diventato quasi senza senso, testimonianza più che altro di un tempo che fu, quando intimità e pudore avevano un legame che sembrava indissolubile, ma, come molte coppie, non hanno retto all’incedere del tempo e hanno cominciato a flirtare spudoratamente con le nuove tecnologie. L’intimità si trova sempre più spesso a fare a meno del pudore e non sembra risentirne, anche se, almeno personalmente, trovo che il loro fosse un gran bel rapporto e, in fondo, spero in una improbabile riconciliazione.

E’ difficile non rimanere affascinati e poi ingabbiati nel seducente web al quale affidiamo, tramite social network e affini, una mole di informazioni personali, impensabile fino a una decina di anni fa. E’ l’era del selfie, la cosa più vanesia e inutile da condividere con gli altri, ma scagli la prima pietra chi è senza almeno un narcisistico autoscatto.

Non è bacchettando l’autocompiacimento delle persone che questo ne guadagna in profondità, ma banchettando con qualche riflessione che sazi un po’ il cervello oltre che l’ego.

Sono convinto che, in verità, delle cose migliori, non c’è testimonianza. Ogni volta che si sente il bisogno di una condivisione/relazione virtuale, a scapito di una reale, perdiamo qualcosa della nostra autenticità. Tutto quello che riusciamo a sottrarre a questo perverso e automatico meccanismo invece è e rimarrà solo nostro, non potrà mai esserci portato via, impresso nell’anima in modo tale da non aver bisogno di altro per esistere e per resistere al tempo.

Un momento condiviso con tutti non ha lo stesso valore di un momento condiviso con pochi o solo con se stessi, lasciato a vivere da qualche parte dentro di noi. Quando parlo di valore tento, per quanto difficile, di non dare necessariamente un giudizio nel merito. Oggi la realtà è questa, facciamoci i conti. Questa sorta di alienazione collettiva è la norma, tanto da non potere essere forse più tale, l’essere umano tende a raggiungere un equilibrio per quanto precario.

Essere connessi comporta i suoi indubbi vantaggi, ma anche l’essere dissociati per potersi fare carico di una iperstimolazione mentale e sensoriale che ha bisogno di creare dei limiti e dei confini per fare rimanere minimamente centrato l’individuo.

Quel che lasciamo con una foto, un pensiero, il racconto di un momento lo viviamo in modo diverso, una volta condiviso in rete, se non altro cambia l’intenzionalità, non è più un piacere legato al mio mondo, ma un piacere scagliato verso il mondo. La solitudine è anche un luogo dove rifugiarsi e dal quale uscire ritemprati, adesso sembra che basti un clic per allontanarla. Quante cose acquistano valore, ai nostri occhi, a seconda del numero di persone che sapranno e commenteranno le stesse?

Da bambino ricordo come andassi periodicamente a guardare le foto di famiglia, un piccolo piacevole rito, queste erano tutte contenute in un paio di album, un numero grande per un ragazzino, ma limitato, niente a che vedere con le scorte di immagini che racchiudiamo nei nostri cellulari e che probabilmente guardiamo in modo diverso,  senza quel carico di affetto, malinconia e stupore, senza quasi la cognizione del tempo che passa.

E’ come se, di tutte le cose che ho in memoria, prima dell’avvento degli smartphone, ci sia un ricordo che fa molto più affidamento al cuore, non ho scatti e video a non finire, molte delle persone che erano con me non so dove siano ora, ricordo tanti volti sbiaditi, ma nello stesso tempo più vivi, ero abituato a fare affidamento su di me, nessun particolare ausilio tecnologico.

Quanti appunti presi su taccuini sparsi che mai e poi mai avrei fatto leggere con la stessa estrema facilità con la quale, io per primo, oggi posso ritrovarmi a scrivere sui social. Nel virtuale siamo tutti autorizzati a essere un po’ poeti, scrittori, pittori, fotografi, opinionisti, intellettuali. Non lo siamo, ma siamo incentivati a fingere.

Possiamo essere localizzati ovunque, ma siamo noi a non riuscire a localizzare quel qualcosa di noi che rendeva unico il nostro essere diversi.

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Vignetta di Pietro Vanessi