Trent’anni fa la parola “cultura nomade” è stata utilizzata per giustificare politiche segregative e discriminatorie. Oggi, dando centralità alla “cultura rom”, si mantiene e si rafforza implicitamente tale condizione. Ormai è risaputo: in Italia da trent’anni, quando si parla di politiche rivolte alle comunità rom che vivono nelle baraccopoli, finisce per prevalere sempre l’approccio “culturalista”, il più semplice, il più facile da capire e da spiegare, che tutto giustifica.

Per comprendere è utile fare un po’ di storia.

«I rom sono nomadi» – è stato sostenuto da alcune Amministrazioni Regionali alla fine degli anni Ottanta – e per salvaguardare una presunta “cultura nomade” è stato necessario circoscriverla e cristallizzarla all’interno di riserve etniche: spazi all’aria aperta denominati “campi nomadi”. Nel giro di un decennio l’Italia è diventata “il Paese dei campi”, come dimostrato dall’omonimo rapporto reso pubblico dall’European Roma Rights Center nel 2000.

Da quegli anni sono iniziate battaglie legate ai diritti umani e campagne di comunicazione con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e convincere gli amministratori della follìa di una politica, costosa e irrazionale, volta a concentrare le comunità in spazi riconosciuti dagli organismi internazionali come lesivi della dignità umana e dei diritti fondamentali. La crescita della coscienza critica è coincisa con l’utilizzo di un “linguaggio corretto” e sul piano semantico si è gradualmente passati dal termine “nomade” a “rom” supponendo che ciò rappresentasse il primo passo per mettere in ordine una politica fondata sugli abbagli dei quali antropologi e sociologi avevano le loro colpe.

Oggi è maturata una nuova coscienza e in tutti gli ambiti è ormai consolidata la consapevolezza che i rom non siano nomadi e che i “campi nomadi” rappresentino una vergogna da superare. Per farlo la cosa più semplice e razionale sembrerebbe quella di coinvolgere gli esperti di desegregazione abitativa, gli accademici conoscitori di politiche partecipative, gli urbanisti chiamati a ricucire gli “strappi” del tessuto urbano.

Ma non è così. Si fa prima a ricadere nella trappola culturalista e per superare gli insediamenti di soli rom, invece di puntare, come sarebbe logico e sensato, sugli esperti delle politiche di inclusione, si preferisce prenderla alla larga investendo sui detentori della “cultura rom”.

E’ quanto avvenuto lo scorso anno a Faenza, dove l’Amministrazione comunale, per risolvere la situazione di una decina di famiglie di origine slava, presenti da anni in roulotte nella periferia della città, ha stanziato 10mila euro per avvalersi della consulenza di un operatore psicologico abruzzese. Ciò che lega le due realtà? Sia la famiglia slava che l’operatore abruzzese sono di origine rom; anche se l’operatore non parla né lo slavo né il romanès e non ha mai vissuto in roulotte. Non è quindi il criterio della competenza che prevale ma quello della “cultura”.

Da alcuni anni l’Amministrazione napoletana, per cercare risposte alle condizioni abitative delle comunità rumene presenti negli insediamenti di Scampia si è avvalsa della consulenza di una donna milanese laureata in arti drammatiche a Belgrado. Il nesso? Le comunità sono composte da rom ed è rom anche la donna milanese, anche se non sa nulla della città di Napoli ed ha sempre vissuto in una casa in muratura. Ancora un volta è la dimensione culturale a prevalere nelle scelte delle Amministrazioni locali.

E’ come se per risolvere i problemi legati alla “mafia italiana” il Dipartimento di Polizia di New York chiamasse me, in quanto cittadino di “cultura italiana” e non gli esperti di criminalità organizzata statunitensi!

Una regola implicita sembra quindi avere il sopravvento: i rom che vivono le fragilità abitative devono essere ascoltati, ma per farlo non si dà voce ai diretti interessati in un processo di progettazione partecipata; è sufficiente coinvolgere “esperti” che, anche senza competenze, abbiano la loro stessa origine culturale. A livello europeo sembra prevalere questa tendenza con il risultato che, se nel passato erano i “campi nomadi” a drenare risorse, spesso illecite, nell’orizzonte futuro ci saranno praterie per quanti vorranno operare nell’ambito della “cultura rom”.

Le conseguenze sono prevedibili e nefaste: la nascita di una intellighenzia rom in Italia, detentrice “della” cultura rom e foglia di fico creata per coprire il fallimento del superamento dei “campi”.

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