Gli ex enfant prodige dell’Udc di Totò Cuffaro e i sodali di Gianfranco Micciché, i luogotenenti di Raffaele Lombardo e i deputati globetrotter, quelli nati socialisti, eletti con la destra di Nello Musumeci e poi fulminati sulla via della Leopolda. Ci sono anche loro ad applaudire Matteo Renzi, il premier arrivato in Sicilia per un week end di campagna elettorale in vista del referendum costituzionale. Una l’opinione più diffusa: il fronte del Sì sembra avere qualche problema al Sud, soprattutto nell’Isola che rischia di diventare la prima regione amministrata dal Movimento 5 Stelle.

Allargare gli orizzonti per il Sì – Ecco quindi che il premier prova a correre ai ripari: due incontri a Palermo – uno puramente elettorale e un altro per inaugurare l’anno accademico dell’università– e poi uno a Trapani, a Messina e a Taormina, scelta strategicamente per ospitare il G7 del maggio 2017, anno delle elezioni regionali in Sicilia. “Era tutto pronto per Firenze, quando un leader, una personalità europea di cui non farò il nome ha detto che la Sicilia è la mafia: allora ho deciso di portare qui il G7”, ha detto Renzi venerdì sera al teatro Santa Cecilia di Palermo. Ad applaudirlo una colonia di renziani dell’ultima ora, quelli arruolati negli ultimi due anni sotto le bandiere del Pd da Davide Faraone in nome di un “partito aperto” che “allarghi il proprio orizzonte”. Dopo più di due anni di renzismo, in Sicilia l’orizzonte del Pd si è praticamente dilatato, dato che nei pressi del giglio magico sono arrivati ras acchiappavoti dai curriculum politici più variopinti. Potevano i leopoldini dell’ultima ora rinunciare ad una foto ricordo con il premier – segretario? Potevano fare a meno di un’istantanea, che andrà forse ad arricchire una collezione di altri celebri scatti del passato, quelli con Casini, Cuffaro, Lombardo o – chissà – magari perfino Berlusconi? No, ovviamente non potevano.

Foto ricordo con ex cuffariani e lombardiani – È toccato dunque proprio al fidato Faraone fare da ambasciatore per una foto ricordo con il presidente del consiglio alla fine del suo discorso. In posa con il segretario dem, dietro le quinte del teatro palermitano, ecco Paolo Ruggirello, ex esponente della lista Musumeci, già luogotenente di Lombardo, che aveva esordito anni fa come assistente di Bartolo Pellegrino, deputato socialista, vicepresidente di Cuffaro, arrestato e poi assolto per concorso esterno a Cosa Nostra. Tutta la famiglia Ruggirello, però, è nota a Trapani: il padre, Giuseppe, fondò la Banca Industriale negli anni ’70 e divenne ricco in modo talmente veloce da meritare un’interrogazione parlamentare in merito. Nel 1997, poi, il nome di Ruggirello senior salterà fuori addirittura in un’inchiesta, in cui non era indagato, ma che coinvolgeva Enrico Nicoletti, cassiere della banda della Magliana. Nella foto ricordo di Renzi a Palermo c’è poi Luca Sammartino, giovane deputato eletto con l’Udc, ormai diventato il braccio destro di Faraone sull’isola. Sammartino aveva conquistato una qualche notorietà già in campagna elettorale quando dalla clinica Humanitas di Catania partivano telefonate indirizzate ai malati di tumore, che invitavano a votarlo. “Se queste telefonate sono state fatte, sono a titolo assolutamente privato” si era giustificato il diretto interessato, figlio di Annunziata Sciacca, direttore sanitario della stessa clinica oncologica. Ha ottenuto il privilegio di uno scatto con il premier anche Valeria Sudano, eletta all’Assemblea regionale siciliana con il Cantiere Popolare di Saverio Romano, poi transitata in Articolo 4, partito nato da una scissione dell’Udc, e da lì finita dunque tra i dem.

I ras che votano Sì – “I miei? Il grosso è nel Pd. Una lista che non finisce più, dai più noti al sottobosco. Li ho tirati su io, come la mia amica Valeria Sudano”, aveva detto qualche mese fa l’ex governatore Cuffaro, fresco di scarcerazione dopo 5 anni trascorsi a Rebibbia. Il riferimento alla deputata di Catania non era casuale, dato che Valeria Sudano è nipote di Mimmo, potentissimo ex senatore della Dc di stretta osservanza cuffariana: i voti per il Sì al referendum, insomma, arriveranno anche dai ras del passato. E infatti la puntuale macchina elettorale renziana ha arruolato sotto le bandiere del Sì persino Mirello Crisafulli, l’ex senatore impresentabile sorpreso a fare da uomo sandwich per la riforma costituzionale, e Totò Cardinale, già ministro di Massimo D’Alema, scampato alla rottamazione e divenuto uomo di fiducia di Luca Lotti sull’isola. Cardinale è il fondatore di una lista fai da te – Sicilia Futura – che si comporta da corrente esterna al Pd nei giorni pari e da partito autonomo in quelli dispari. Tra i suoi autorevoli esponenti ecco anche Edy Tamajo (segnalato a sua volta tra gli spettatori del comizio di Renzi), una vita trascorsa da fedelissimo di Miccichè in Grande Sud, ora appassionato della riforma Boschi.

Le promesse elettorali: infrastrutture e lavoro – Sono questi alcuni dei sostenitori del Sì al referendum in terra di Sicilia. Ma il premier ha ovviamente evitato di sfiorare questioni politiche locali. Al contrario ha illustrato la bontà della riforma spiegando che la vittoria del referendum è “il punto di partenza per dire in Europa e nel mondo che l’Italia è più semplice: servirà a dire che in Europa servono le riforme strutturali”. E mentre a Palermo, la visita di Renzi è stata accolta dalle proteste degli studenti universitari, dai ragazzi dei centri sociali e da alcuni operai, il premier ha scelto proprio Trapani per spiegare che “c’è un Matteo che mi toglie il sonno, e non è certamente Matteo Salvini. Parlo di Messina Denaro, che noi assicureremo alla giustizia”. Quindi sono arrivate le promesse: dagli “sgravi per le assunzioni in una terra piegata dalla mancanza di posti di lavoro” che saranno contenuti nella legge di stabilità, al suo ritorno in Sicilia il prossimo 16 novembre, per fare il punto sulle infrastrutture con il ministro Graziano Delrio. Promesse a parte, il premier non ha poi rinunciato ad attaccare gli oppositori: da Calderoli (“Con la camicia verde ha fatto la legge elettorale e poi ha detto che era una porcata: uno statista”), a Renato Schifani (“In Aula e in tv ha detto che avrebbe votato Sì e poi ha cambiato idea”) fino a Pierluigi Bersani (“C’è qualcuno a sinistra il cui nome che fa rima con Schifani che ha fatto la stessa cosa”) . Quindi ecco l’affondo definitivo sulla “variegata alleanza di quelli che dicono No: D’Alema, Berlusconi, Monti, Fini, Dini, Cirino Pomicino. “Sono rispettabili – ha detto il premier – ma il loro obiettivo è riprendersi il governo che gli abbiamo tolto perché non erano stati in grado di cambiare le cose. Noi vogliamo il futuro, non il passato. Che l’Italia si rimetta in moto e non continui con le stesse facce degli ultimi trent’anni”. Uno sguardo veloce alla platea suggerisce che in effetti le facce del renzismo di Sicilia sono forse diverse: le storie politiche, invece, rimangono irrimediabilmente le stesse.

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