Povero Icardi! Dribblato dall’ambizione. Stroncato dalla critica ultras. Smerdato in diretta tv, nei talk show, dai soliti pontefici del calcio parlato. Osvaldo Soriano scrisse il mirabile Pensare coi piedi (in realtà il titolo originale di questa antologia di racconti è Cuentos de los años felices). Icardi ha scritto Sempre avanti. La mia storia segreta, la sua autobiografia, solo coi piedi.

Poco splendore e tanta miseria del gioco del calcio, direbbe Eduardo Galeano, correggendo il titolo di un suo libro. Certo, il coautore Paolo Fontanesi è lontano mille miglia dallo spessore e dalla maestria di David Lagercrantz, che ha scritto con Zlatan Ibrahimovic il best seller Io, Ibra. Dove campeggia una biografia spigolosa, dove i ricordi del campione affondano nelle radici infantili di dolore e solitudine, in una Svezia dura per emigrati che scappavano l’orrore della guerra, l’assedio di Sarajevo, l’eccidio di Srebenica, come il bosniaco Sekik Ibrahimovic, il papà muratore ed alcolista, la mamma croata Jurka, donna delle pulizie, le problematiche familiari sconvolte anche dal dramma di una sorella tossica, con gli assistenti sociali sempre alle calcagna e l’amore soffocato da questa triste situazione.

E tuttavia, pure il libro di Icardi è, a suo modo, testimonianza di una vita di frontiera non facile, anche se illuminata dal talento pallonaro e dai miliardi. Col passato, con le proprie origini si fanno sempre i conti, e i soldi non bastano a pagarli. Va rispettato il tentativo di Icardi di raccontare se stesso. Anche quando si fa pipì fuori del vaso, per ripetere un concetto – diciamo così – espresso su molti giornali e in tv. Icardi parla la stessa lingua rissosa e rodomontesca di chi lo attacca.

I benpensanti di turno s’indignano oggi per la tracotanza di certe infelici frasi estrapolate dal libro di Icardi-Fontanesi e tracimate sugli spalti di San Siro dal lessico barbaro e volgare degli ultras, di colpo assurti a maestri di vita… Dimenticano quelle distillate con impietosa regolarità dall’ultras leghista Salvini e da tanti altri populisti che infiorettano e degradano le nostre giornate… e tuttavia, lo stesso Icardi spiega di aver “sputato fuori queste frasi esagerate” per far capire loro (si riferisce ai tifosi della curva che l’avevano pesantemente contestato alla fine della partita – persa 3 a 1 – col Sassuolo giocata allo stadio Mapei di Reggio Emilia nel febbraio del 2015). Dice che allora i dirigenti – quegli stessi che ora lo vorrebbero punire – temevano che i tifosi potessero aspettarlo sotto casa per fargliela pagare, timore peraltro giustificato dal valore delle gambe del centravanti… “Ma io ero stato chiaro”, ricorda Icardi, “sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”.

C’è tanto orgoglio criollo, da tanguero sudamericano in queste apocalittiche invettive icardiane, da periferia violenta che non ti lascia mai. E’ un tatuaggio mentale di rancore più che di rabbia, di disagio e frustrazione, lui che ha già il corpo ricoperto da innumerevoli tatuaggi: sigillano sulla pelle le tappe essenziali della sua breve e non ancora memorabile, per il momento, esistenza. Il carattere di un campione che vorrebbe essere grande, ma non sa come riuscirci. Perché non bastano i gol. Mi ricorda tanto l’insolente Jean-Paul Belmondo che fa il duro nel bellissimo film di Jean Luc Godard. Come s’intitolava? Ah, sì: “Fino all’ultimo respiro”.

PS: sono milanista. Ma mio fratello era interista e lo è mio figlio. Succede a Milano.