“Da un po’ di tempo, ci chiedevamo come mai non udissimo più gridare Allahu Akbar al momento delle esecuzioni”, scrive Mustafa Khalifa nel suo libro diario La Conchiglia (edizione Castelvecchi) sui 12 anni passati nelle prigioni del padre di Bashar al-Assad. “Appena usciti di cella i condannati a morte, continua Khalifa, i poliziotti chiudevano la porta e sigillavano la bocca dei condannati con uno spesso nastro adesivo come se quel grido fosse una sfida e una provocazione… Avevo assistito anche a molti casi in cui l’amore per la vita o la debolezza umana trasparivano chiaramente. A volte, accadeva che la vescica o lo sfintere anale si rilassassero: questo fatto imbestialiva i poliziotti per via dell’odore sgradevole, così insultavano e picchiavano il colpevole”.

Ho voluto riportare questa citazione di un libro paragonabile a Se questo è un uomo di Primo Levi o Una giornata di Ivan Denisovič di Solženicyn. Ma cosa ha a che fare questo con la mostra che si è tenuta al Maxxi dal 5 al 9 del corrente mese in cui erano esposte 27 foto del fotografo Ceasar, fuggito dalla Siria con 55.000 scatti che testimoniano la crudeltà delle esecuzioni de regime di Bashar al-Assad? E’ la continuità nell’azione di un tiranno padre Hafiz e poi figlio che aveva cercato di imbrogliare l’opinione pubblica mondiale presentandosi come un rinnovatore, facendo chiudere il famigerato carcere Tadmur, la prigione del deserto vicina a Palmira dove si moriva dal freddo in inverno e dal caldo in estate. Ma come ha detto durante una tavola rotonda tenuta al Maxxi, il giornalista Amedeo Ricucci, abbiamo a che fare con una propaganda di regime che è riuscita ad avvelenare i pozzi delle informazioni al punto da mettere in dubbio l’autenticità del lavoro di Caesar la cui mostra fotografica è stata esposta dalle più importanti istituzioni internazionali, Onu compreso.

Le foto del fotografo siriano si riferiscono in parte al periodo in cui le manifestazioni pacifiche del 2011 al grido di libertà e democrazia, sfociavano in brutali arresti, torture esecuzioni indiscriminate di quanti si opponevano al regime. Ecco il tratto di continuità con quello che descrive Mustafa Khalifa. Nonostante le parvenze di un regime che si presentava alla stampa come avviato a fare riforme più liberali a differenza della Siria di Hafiz, in realtà le cose non erano cambiate. La propaganda del regime di Bashar aveva messo in campo anche la bella moglie del dittatore, ambasciatrice della normalità, che ammaliava le cancellerie internazionali: Parigi, Roma, Londra. Non disdegnava Asma al-Assad di farsi fotografare per la rivista Vogue e allo stesso tempo svolgere il ruolo di benefattrice presso le classi povere verso le quali si rivolgeva, raramente, con sempre un fotografo pronto ad immortalarla abbracciata a qualche madre o con un bambino in braccio.

Nel frattempo in Siria se protestavi, andavi a finire in galera e potevi fare la fine dei tanti cadaveri che Caesar ha fotografato. Ora la giustificazione della carneficina di tante città siriane e della parte orientale di Aleppo che la guerra è guerra, Bashar Al-Assad e il suo alleato Putin, nell’impotenza dell’Europa e dell’Onu, si apprestano a mandare a morte migliaia di esseri umani. Il Consiglio di Sicurezza deve prendere una decisione semplice: esigere l’arresto dei bombardamenti su Aleppo. La Russia si è opposta. Difficilmente la ragione di tale diniego può essere attribuita alla lotta al terrorismo. Ci troviamo dinnanzi ad un massacro come Srebrenica e Grozny, nell’impotenza più totale della comunità internazionale. Allo stato attuale, non si deve escludere la possibilità di lanciare una indagine internazionale sulla Russia e sul regime di Bashar al-Assad per crimini di guerra dopo i continui attacchi agli ospedali, alle donne e ai bambini.