Sta suscitando un gustoso dibattito l’articolo del collega Mattia Feltri che, su La Stampa, ha protestato contro l’eccessivo carico di compiti a casa assegnato dai professori a sua figlia Benedetta, dieci anni, prima media. La polemica nasce dopo che sono diventate virali su alcuni social le foto di un paio di giustificazioni scritte dal pugno di altrettanti genitori desiderosi di esentare i loro pargoli per non aver fatto i compiti delle vacanze, o quelli della giornata di una scuola a tempo pieno.

Il tema sembra banale, ma non lo è. Perché al fondo va a cozzare contro quel principio di autorità che agli italiani, mediamente, manca del tutto. E’ quel riflesso pavloviano che fa dire all’uomo della strada, dall’alto della sua totale incompetenza in materia, che l’anestesia completa suggerita dall’anestesista è inutile, che la legge tal de’ tali, approvata da Parlamento, Quirinale e Corte Costituzionale, in realtà è incostituzionale. L’immagine più familiare è forse quella del capannello di pensionati che si mette a sbirciare il cantiere sotto casa; gente che l’ultima volta che ha scavato della terra aveva tre anni e stava con paletta e secchiello sulla spiaggia di Fregene, ora magicamente a 70 anni si sente in diritto di scuotere la testa e andare a correggere il lavoro dell’architetto capocantiere.

Intendiamoci: il collega Mattia Feltri più ancora della quantità dei compiti, contesta soprattutto l’astrusità della lingua italiana adoperata dai libri di testo di sua figlia per spiegare il tipo di compito da fare. E su questo mi sento tranquillamente di dargli ragione: primo perché sulla lingua italiana Mattia Feltri è senza dubbio un’autorità, secondo perché so esattamente a cosa si riferisce: quell’altra malattia tutta italiana che porta a usare circonlocuzioni complicate per darsi un tono, malattia creatrice di burocratese del tipo, per citare l’esempio di Feltri, “rappresenta la loro intersezione per elencazione e con diagrammi” al posto di “riassumi il risultato con una lista di nomi e con un grafico”. Siamo un popolo fatto così: se scriviamo in modo chiaro ci sentiamo nudi, quindi cerchiamo di ostentare gli anni di studio adoperando paroloni e subordinate che alla fine fanno tanto quadro di Escher, anziché lezione di Marshall McLuhan.

Tuttavia, pur essendo io un docente atipico, che per esempio assegna il genere di compiti per le vacanze suggerito dal prof. Cesare Catà, tipo “svegliatevi una volta presto per vedere l’alba” o “portate vostra mamma al cinema una volta al mese e poi discutete con lei del film visto”, mi sento di contestare la seconda parte della protesta di Feltri: la quantità di compiti per casa assegnati alla figlia.

La scuola, caro Mattia, a tutte le età non è mai baby sitteraggio. Che siano elementari, medie o superiori, a scuola ci si va anche per sforzarsi e faticare un po’ sui libri, per imparare concetti nuovi, per essere esposti a questioni, cultura, punti di vista, conoscenze, dibattiti e informazioni che altrimenti da casa non arriverebbero. In questo senso, i compiti per casa, che in spagnolo si chiamano “doveri“, possono essere uno degli aspetti della scuola: si dovrebbe consolidare ciò che si è appreso in classe tramite un lavoro di gruppo, un racconto orale, un video, un esperimento in laboratorio.

Certo: esistono modelli pedagogici che hanno eliminato del tutto i compiti per casa, come succede in Finlandia, e ci sono bravi pedagoghi italiani come il preside Maurizio Parodi che da tempo sostengono la teoria dell’abrogazione completa dei compiti per casa. Non c’è una ricetta che vale per tutti e sempre: lasciamo ai singoli docenti decidere quale strada sperimentare e riconosciamo loro l’autorità e la competenza di provare anche diverse strade per poi scegliere quella che ritengono migliore. Unica preghiera: l’intervento dei genitori dovrebbe essere solo di tipo organizzativo sui compiti dei figli, e non sostanziale. Il compito per casa non deve diventare una prestazione o una competizione a chi fa meglio; al contrario, è pedagogicamente utile che lo studente si misuri col compito da solo e abbia libertà di orientarsi da sé e anche di sbagliare. In fondo quello è il suo dovere di studente: di sbagliare, meglio se in modo sempre diverso, e alla fine di imparare.

Se poi il carico è eccessivo, sarà il docente stesso a rendersene conto all’indomani, correggendo i compiti della classe. Se però a Benedetta i suoi compiti glieli fa papà Mattia, mi spiega come farà il professore di sua figlia a regolarsi per il futuro? Infine, caro Mattia, ha mai pensato a come si potranno sentire quei compagni di classe di sua figlia che non hanno la fortuna di avere un genitore della sua levatura, e disponibile a un aiuto intellettuale del tipo di quello che lei offre a Benedetta?