La campagna per il referendum costituzionale sta entrando nel vivo e già non ne possiamo più. Me ne sono accorto l’altra sera, davanti a Enrico Mentana che, con un rivolo di saliva all’angolo della bocca, annunciava l’ennesimo faccia-a-faccia su La7, stavolta fra la Boschi e Salvini (a proposito, ciao Matteo). A quell’ora guardo la tv lavando i piatti, ma ho girato automaticamente su Un posto al sole… Basta, siamo entrati in uno psicodramma collettivo a confronto del quale la Brexit è una cosa decorosa, con una campagna breve e un quesito semplice. Qui, invece, ci stiamo sterminando per dei paragrafi, come diceva Voltaire delle guerre di religione.

Io me ne occupo da anni, da subito l’ho chiamato il referendum-fine-di-mondo, ma non riesco ad amarlo come il dottor Stranamore amava la bomba. Poi fatalmente battero anch’io il Friuli trattino Venezia Giulia per il No, e dunque finirò per ripetere le stesse scempiaggini che sento in giro, ma qualcosa dentro di me si ribella: il cervello, forse addirittura l’anima. Del resto, fate un respiro profondo e pensateci anche voi: ma di cosa diavolo stiamo parlando? Del futuro del paese, delle sorti della democrazia, o dell’elezione del Senato da parte dei Consigli regionali e delle province autonome di Trento-e-Bolzano?

Con che faccia mi presenterò ai miei studenti – cui ho chiesto di zittirmi se apro bocca sul tema – dopo aver partecipato a questa corrida? Certo, non tutti hanno la stessa responsabilità del fattaccio. Un responsabile principale c’è, ed è lo stesso cui pensa il povero ex-sindaco di Roma Marino quando gli chiedono chi l’ha cacciato. Domanda retorica: ma si sarà almeno pentito, il Matteo number one, di aver scatenato questo putiferio sulla Costituzione, che dovrebbe unire e non dividere? Andreotti direbbe: ci sono pazzi che si credono Napoleone, altri che vogliono fare le riforme costituzionali, e poi ce n’è uno che vorrebbe fare entrambe le cose.