Innanzitutto corre l’obbligo di smentire una volta per tutte la leggenda metropolitana: non erano mutande, bensì pantaloncini verde-padania quelli acquistati e finiti per errore nella rendicontazione di spese dell’ex-Presidente piemontese Cota, a sua insaputa: “Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini. Io consegnavo gli scontrini al gruppo consiliare ai miei collaboratori chiedendo loro di fare una cernita, quei 40 dollari non sono stati spuntati per sbaglio, senza che io ne sapessi nulla”. Sbagli reiterati e frequenti, quelli dei consiglieri. All’esplodere dello scandalo, per evitare guai peggiori, lo stesso Cota oltre allo scontrino dei pantaloncini ha rimborsato alla Regione altri 32mila euro di acquisti aventi – si può ipotizzare – equivoca natura.

Adesso che fioccano assoluzioni per molti – ma non tutti – tra le centinaia di consiglieri regionali protagonisti di “rimborsopoli”, incluso lo stesso Cota, è forse il momento delle pubbliche scuse? No, affatto. Anzi, il contraccolpo giudiziario delle assoluzioni e le voci bipartisan che si vanno levando a reclamare un lavacro garantista per l’onore infangato dei consiglieri regionali dimostrano, ancor più della vicenda del discutibile impiego privato di fondi pubblici, la bancarotta morale di una cospicua componente della classe politica italiana. Che oggi, per iniziativa di un deputato leghista, propone una legge “per imporre pubbliche scuse da parte dei pubblici ministeri”, così da “restituire piena dignità, anche a livello mediatico, a chi per anni è stato ingiustamente messo alla gogna mediatica”; e per bocca di un ex presidente della Camera plaude alla sconfitta della “‘società giudiziaria’, una società di mezzo tra quella civile e politica, che comprende cittadini comuni, politici, mezzi di comunicazione e settori della magistratura. E che si basa sull’idea di fondo che la magistratura sia il grande tutore della vita pubblica”.

Ma la vicenda di rimborsopoli, al pari di troppe altre storie di malagestione di risorse pubbliche, non esaurisce le proprie implicazioni nella sfera – oggettivamente slargata – della tentata repressione penale. Paradossalmente, proprio la politica corrotta finisce per risultare alla lunga la prima beneficiaria di questa delega abnorme di una funzione di “controllo della virtù” dei rappresentanti eletti, che per forza d’inerzia in Italia è stata attribuita a una magistratura non sempre consapevole dei propri limiti, nel vuoto pneumatico di partiti latitanti e nel silenzio di una società civile che – per citare il don Raffaé di De André – di solito “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Un potere solitario di controllo e (ipotetica) sanzione che ha generato l’illusione ottica di cui oggi scontiamo le ricadute: l’assoluzione in tribunale (o la prescrizione) come dimostrazione di “innocenza” anche in termini di responsabilità politica ed etica. Nonostante le statistiche giudiziarie mostrino al di là di ogni ragionevole dubbio come la combinazione perversa di norme inadeguate o ambigue e di abili strategie difensive di imputati eccellenti abbia generato un’impunità di massa dei colletti bianchi. Immunità che nel caso di rimborsopoli è stata favorita proprio dalla natura di prassi diffusa e consolidata nel tempo dell’impiego opinabile – per usare un eufemismo – di fondi destinati all’attività dei gruppi consiliari. Le pessime abitudini dei politici, quando sono generalizzate, cancellano l’elemento soggettivo del reato di peculato, il dolo, ossia l’intenzione consapevole di appropriarsi di risorse pubbliche. La strategia autoassolutoria del “così fan tutti” di craxiana memoria, che si rivelò fallimentare quando in ballo c’erano mazzette, nel caso degli scontrini sta risultando giudiziariamente vincente.

Oltre alla biancheria di Cota, le cronache documentano un impiego fantasioso dei fondi consiliari per banchetti di nozze, regali di Natale, fiori, pneumatici, passeggini per bambini, profumi, gioielli, acquisti di pesce, lavatrici, viaggi. Condotte che in molti casi non sono associabili ad alcuna fattispecie penale. Ma superano per questo il vaglio degli standard accettabili di condotta per un amministratore pubblico? Sono condotte coerenti con i principi elementari di etica pubblica richiesti a chi si visto affidare la cura dei beni collettivi? Per quella classe politica che con poche eccezioni ha fatto quadrato attorno agli inquisiti e oggi stappa champagne per le assoluzioni, evidentemente sì. Per una quota non irrilevante della società civile, che all’epoca insorse e oggi assiste perplessa alla glorificazione dei prosciolti, evidentemente no.

Le regole che dettano l’insieme di condotte politicamente ammissibili non coincidono, né possono essere artificiosamente sovrapposte a quelle del codice penale. Non è così in Europa. Almeno, in quei paesi europei che svettano nelle classifiche sulla trasparenza. Si prendano due casi-fotocopia di rimborsopoli. Nel 2009 in Gran Bretagna l’accesso agli atti garantito dal Freedom of information act e una fonte confidenziale interna alla House of Commons permisero al Daily Telegraph di lanciare una campagna sulle spese impropriamente risarcite ai deputati. Emersero irregolarità tali da indurre una veemente reazione popolare, l’istituzione di un’autorità parlamentare indipendente per sanzionare gli abusi, il rafforzamento dei meccanismi di rendicontazione pubblica – tutte le spese parlamentari, persino quelle di pochi spiccioli, sono oggi consultabili online. Pochissimi i casi di rilevanza penale, ma nella successiva tornata elettorale lo spauracchio dei collegi uninominali indusse partiti ed elettori a un drastico ricambio dei politici implicati nella vicenda.

In Svezia nel 1995 lo “scandalo del Toblerone” affossò le aspirazioni alla leadership del partito socialdemocratico di Mona Sahlin, che aveva indebitamente caricato sulla carta di credito di servizio una serie di piccole spese voluttuarie effettate a titolo personale, tra cui quella della nota barretta di cioccolato. Le dimissioni obbligate dall’incarico ministeriale e una quasi decennale eclissi politica furono il prezzo che il suo partito le fece pagare per condotte penalmente insignificanti, ma che nel giudizio dei colleghi avevano infangato la loro reputazione collettiva. In nessun caso si parlò di “gogna mediatica”, perché tale non sono il pubblico scrutinio e la riprovazione per le modalità disdicevoli – in base a criteri sui quali l’opinione pubblica è sovrana – con cui viene esercitato il potere delegato agli amministratori politici.

Di fronte all’autocelebrazione di assoluzioni spesso motivate dalla natura sistemica degli abusi la domanda da porsi è: ma qual è la concezione che questa classe politica italiana ha della propria reputazione? Persino peggiore di quella, già drammaticamente bassa, dell’opinione pubblica, verrebbe da pensare.