Il D-day, è fissato al 4 dicembre, giorno verità per la nostra democrazia. Non sarà comunque un giorno fausto, perché, indipendentemente da come andrà a finire, per la prima volta le forze del centrosinistra si divideranno sulla materia fondamentale della Costituzione e dell’assetto istituzionale.

Non era mai accaduto in settant’anni, se escludiamo il referendum sul maggioritario del 1993 che riguardava però solo la legge elettorale ma fu l’inizio di tutto. Ancora una volta dobbiamo al prode Achille Occhetto, alleato in quella circostanza di Pannella e di quel Mario Segni, dagli intendimenti democratici poco rassicuranti, se fu introdotto il sistema maggioritario in Italia e all’italiana, abolendo la proporzionale con preferenza unica che appariva troppo democratica per le pulsioni lobbistiche del sistema partitico nostrano.

Così ci avventurammo in un territorio impervio, quello del crescente potere degli apparati di partito che definitivamente s’impossessavano della scelta di voto degli elettori, di fatto nominando la gran parte dei parlamentari. Questa modalità accentratrice, fu fatale per l’ex partito comunista italiano, nel frattempo diventato Pds, come un veleno s’incuneò nei gangli dell’organizzazione.

Da allora i parlamentari non furono scelti con sapienza e metodo partecipativo, per quanto mediato dal vertice com’era sempre avvenuto, al contrario furono le segreterie provinciali, a scegliere in solitudine, e chi? Se stessi ovviamente, perché nel frattempo le accresciute retribuzioni dei parlamentari, inopinatamente pareggiate con quelle dei giudici di più alto livello, divenivano un bottino troppo succulento per lasciarlo a esponenti della società civile e delle professioni o a meritevoli compagni delle sezioni.

Il carrierismo istituzionale, modificò rapidamente il volto e l’anima del partito: flotte di funzionari dal più alto al minimo livello, brigavano in ogni modo per un posto alla camera e discendendo per li rami, in regioni, provincie e comuni, gli stipendi crescevano corrispondentemente e quindi un sindaco poteva guadagnare anche 10 milioni al mese, figurarsi.

Da questa mutazione antropologico-politica, è fuoriuscita la nuova classe dirigente democratica che ha prodotto infine Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, prototipi di uomini e donne allevati in vuoto pneumatico solo per il potere, hanno concepito e organizzato le loro carriere nella frequentazione di lobby e all’interno delle istituzioni.

Ovviamente hanno orientamenti squisitamente liberal-liberisti, nessun radicamento nel mondo del lavoro che ignorano come parlassi a marziani. Solo uno come Renzi infatti poteva riuscire, dopo aver aperto il Pd come una scatola di sardine ed essersene impossessato, nel tentativo folle e sciagurato di sovvertire i caratteri della nostra democrazia, trasformandola in un regime dell’uomo solo al comando.

Se vincesse il “Sì” la nostra Costituzione sarebbe stravolta, l’equilibrio tra i poteri dello stato definitivamente compromesso. Un senato senza l’attribuzione del voto di fiducia al governo, quindi senza alcuna autorità, composto da consiglieri regionali e sindaci non si sa come eletti, diventerebbe solo uno strumento in più da parte del governo per manovre di potere e per condizionare un parlamento già menomato dalla legge elettorale.

I giudici costituzionali nominati da questo senato sarebbero espressione delle preferenze dell’esecutivo. Solo per citare alcune gravi conseguenze. La stessa magistratura verrebbe ancor di più intimidita di quanto non appaia oggi, vedi l’atteggiamento perlomeno ambiguo e incerto, assunto dalla Corte Costituzionale sull’Italicum. La nostra Costituzione diventerebbe una carta qualsiasi, da utilizzare a indicibili fini, da cambiare quando e come il padrone del Paese volesse. Una Costituzione à la carte.