L’analisi del comizio di Italia 5 stelle è davanti alle panelle di “Franco U Vastiddaru”, cinquecento metri dietro il palco del Foro Italico. Un’attivista legge i titoli dei giornali online a Davide Casaleggio che fissa lo schermo del suo cellulare. “E’ andata bene, parlano tutti della fase 2 del Movimento”. Lui annuisce in silenzio, mentre Beppe Grillo senza voce passa fra i tavoli per un saluto prima di tornare in hotel. E’ successo qualcosa a Palermo per il M5s, anche se molti ancora si guardano spaesati alla ricerca di un’interpretazione. E’ successo che il leader si è ripreso il Movimento, che ha scelto di tornare sulla scena politica da protagonista, che ha chiuso l’esperienza del direttorio (o almeno una sua versione) per rilanciare i singoli e puntare davvero al governo. “Prenderò decisioni con stress e con paura, ma le prenderò”, ha detto ai giornalisti. Ma soprattutto è successo che il figlio di Casaleggio è rimasto in secondo piano: è un alleato fondamentale, ma non è l’erede del ruolo politico che fu del padre. “Adesso sono da solo”, ha ripetuto Grillo per tutta la giornata. Ad esempio è stato il leader, da solo, a decidere che di tutta quella bolgia di scaramucce e invidie personali, avrebbe salvato il movimentista Alessandro Di Battista e l’istituzionale Luigi Di Maio. Gli altri sono ancora fondamentali per carità, ma sono persone con ruoli di responsabilità a cui se ne aggiungeranno altre. Roberto Fico, quello che del direttorio ha sempre incarnato l’ala più pura, si è sfogato sul palco con un fuori programma che hanno capito in pochi: “Mai più leader, mai più deleghe”, ha gridato. Grillo lo conosce da anni, dice cosa che condivide, ma sa che quel discorso è troppo da testa calda anche per lui. Se ci sono personaggi accreditati a livello comunicativo, sarebbe un suicidio mollarli proprio adesso.

Video di Giulia Zaccariello

Il ritorno di Grillo è un uragano. Dice: “Mi ero fatto da parte seguendo quella che era la vostra aspettativa”, ma non “che ci avessi mai creduto davvero fino in fondo”. C’è pure un po’ di orgoglio nel sapere che è lui il capo politico e che senza di lui quella creatura non sta in piedi. Il leader è un animale da palcoscenico: può tentare di tornare a fare l’artista, ma sa che il vero Grillo è quando arringa la folla contro l’Italia che non vuole cambiare. Ad un certo punto è salito sul palco cantando un pezzo blues come a dimostrare che può essere comico e politico e tutte le cose insieme. Si vuole divertire come un tempo, ma sa che ora la responsabilità della faccenda è tutta sua. Sa anche che ha intorno ragazzi poco più che trentenni, che deve tutelare il figlio di un amico come Casaleggio e che servono i suoi capelli bianchi per tenere dritta la barra, per arginare ogni deriva. Si lamenta dell’insonnia che gli fa venire l’ulcera, “ma non ha fatto tutto questo casino per mollare proprio adesso”.

“Uniti, fare squadra, ripartire”. Il Movimento si ricompatta pensando al governo e alle elezioni del 2018. Il nuovo tabù è quello del direttorio. Quasi fosse una parola che non si può pronunciare, i parlamentari e lo staff pensano a come farlo dimenticare. Il M5s che torna alle origini cerca di avere una struttura “diffusa”, che significa più referenti con singoli incarichi e meno struttura di partito che prende le decisioni. Restare liquidi, restare Movimento perché le gerarchie sono “cose del passato”. Ognuno avrà un ruolo. E in questo si inseriscono anche Di Battista e Di Maio. Grillo sa che la mala gestione del caos della giunta M5s a Roma è da imputare anche ai due, per volontà o disattenzione, ma in questo momento deve fare finta di niente perché sono le due pedine di cui non vuole fare a meno. Di Battista, quello arrivato a bordo della sua moto con giubbotto di pelle e che invoca il reddito di cittadinanza per i poveri d’Italia, è l’uomo da mandare in piazza. Di Maio invece è l’istituzione, quello che sale sul palco con un discorso improntato al futuro e che afferra il microfono a due mani. “Dobbiamo pensare all’agenda dei prossimi 15 anni, dobbiamo migliorare il nostro Paese, pensare al futuro”. Il modo di parlare, la pacatezza, le idee: il Movimento ha un’alternativa migliore? Per ora no, quindi meglio guardare avanti.

Il primo finale della storia è la fotografia dei parlamentari sul palco che si abbracciano e intonano “Un amore così grande” insieme a Grillo. Ma non è l’unico. Il secondo finale racconta di un malumore che serpeggia, che non è più nemmeno così silenzioso. Il deputato Fico è andato fuori scaletta e quando è toccato a lui non ha parlato solo della sua materia: “Ora torniamo agli inizi”, ha gridato. “Io credo in questo Movimento senza leader che è trasparente e che è condivisione. Senza paura di guardarci in faccia e senza paura di dirci le cose”. La collega Carla Ruocco lo dice da settimane: “Restiamo coerenti”. Il comico su questo va in difficoltà, chiede pazienza. Intanto ci sarà più condivisione in rete con la base e con gli attivisti per evitare che troppe poche persone abbiano troppo potere. Il programma di governo ad esempio, si voterà in rete. Lo ha detto Davide Casaleggio che è nei fatti il garante del progetto del padre per la democrazia diretta. Il resto, dice Grillo ai suoi, sarà come al solito improvvisazione e istinto di poche persone. Sperando che basti ancora una volta.