Metti che è domenica; metti Gianni Morandi, sorridente e ignaro, con un sacchetto della spesa in mano su Facebook. Scoppia il polemicone del giorno. Pioggia di insulti, qualcuno che, per fortuna, cerca l’approfondimento e spiega educatamente a Morandi il perché di tanta reazione, e tuttologi più o meno noti che si arrogano il diritto di trarre le loro conclusioni amplificate ai massimi sistemi senza farsi troppe domande. Fine della storia. Oppure no. Perché abbiamo perso l’ennesima occasione per approfondire la discussione su un tema come quello delle liberalizzazioni nel settore della grande distribuzione, tema sempre più caldo nei luoghi di lavoro e anche sui social, mentre la politica se ne disinteressa da anni e in Parlamento è fermo un disegno di legge che riguarda comunque e soltanto le festività.

In parte questa storia mi ha fatto ridere un sacco, suscitandomi allo stesso tempo una tristezza infinita. Perché né la gogna mediatica, né la semplificazione in difesa del Gianni nazionale, ho trovato fosse utile. Ci si trova sempre davanti a due muri, in una contrapposizione di estremi. C’è che sbandiera, e illude gli altri, di avere la soluzione in tasca per ottenere la chiusura senza ma e senza se dei grandi negozi e centri commerciali la domenica arrogandosi il diritto anche di insultare il consumatore, e chi sostiene la necessità del “servizio”, facendo parallelismi assurdi e associazioni con categorie di lavoratori che, storicamente, culturalmente, o per necessità ovvie di assistenza e necessità civile, lavorano da sempre anche la domenica. Semplificazioni.

Ora. Io sono solo una commessa e delegata del settore che, mentre piega magliette, si confronta quotidianamente con un problema che prima non c’era. Tadaaan!! Primo punto. I facili paragoni con il settore del turismo ad esempio, non sussistono. Settore attanagliato da mille altri casini e disuguaglianze, ma che su questo aspetto non può far testo. Il suo embrione, si è sviluppato in quel contenitore e i motivi sono ovvi. Nella grande distribuzione, dalla legge Bersani in poi, fino allo sdoganamento totale di Monti, è avvenuto invece uno strappo nella vita dei lavoratori di questo settore; c’è un prima e un dopo, e tutto mentre il consumatore radicava in sé l’abitudine verso qualcosa che non esisteva, e allo stesso tempo iniziava a gustarne la comodità.

Da lavoratrice mi chiedo quale dovrebbe essere il nostro obiettivo realistico attuale: insultare Morandi o chi per lui oppure tendere a consapevolizzarlo entrando in un discorso complesso ma analizzabile in tutti i suoi contenuti e contraddizioni? Perché ci sono anche lavoratori del settore che non vogliono la chiusura domenicale, per i più svariati motivi, e non possiamo non tenerne conto. Vogliamo creare competizione becera tra lavoratori di categorie diverse oppure tendere a una modifica legislativa che dia nuove regole alle aperture selvagge, che abolisca l’utilizzo dei voucher, che regoli l’utilizzo di stagisti di facciata con salari da fame? Vogliamo parlare delle varie Coop, Iper Coop, che per non perdere terreno e competitività, stanno escludendo un’etica che dovrebbe appartenergli? Mettiamo sul tavolo un’equa retribuzione? Perché quando qualcuno dice che la domenica siamo pagati il doppio, la risposta potrebbe essere solo una pernacchia e invece gli dico che oltre il 30% di maggiorazione è proprio difficile che si vada. Potremmo parlare di un’equa turnazione, di presidio minimo!

A chi invece sostiene che non dovremmo lamentarci, che il cliente è giusto abbia un servizio a tutte le ore, sette giorni su sette… allora mi dispiace, ma ciò che volete è un modello culturale completamente diverso da quello attuale, in cui però tutti i servizi dovrebbero essere aperti a tutte le ore! Vogliono questo i signori pro liberalizzazione? Io no, e al momento però si sceglie di colpire sempre le fasce più deboli, quelle che hanno meno strumenti. Sta qui l’inghippo.

E poi abbiamo bisogno di colpevoli, ebbene: abbiamo davvero bisogno di continuare a screditare l’azione sindacale, senza specifiche? Creare frammentazione e contrasti all’interno delle grandi aziende, tra i lavoratori? C’è una legge. Federdistribuzione è tre anni che tenta di fare un rinnovo di contratto al ribasso, senza regole, senza diritti, e la contrattazione è ferma perché le condizioni sono inaccettabili. La contrattazione si fa in due, e se dall’altra parte c’è un’associazione datoriale che, appoggiandosi su una legge dello Stato, non cede sul lavoro domenicale, non ha un’etica rivolta alla conciliazione dei tempi di vita-lavoro, non investe sul salario dei propri dipendenti né sul suo numero, allora capite che l’azione sindacale diventa davvero complessa, e si inizia ad entrare nel merito della questione. Federdistribuzione però non si nomina mai.

Se quindi l’intento, è quello di spacciare responsabilità, è necessario creare allora un ragionamento per distribuirle equamente, facendo delle distinzioni, ed entrando poi nelle casistiche. Impossibile. E allora io dico: stiamo con i piedi per terra, e cerchiamo di creare ragionamenti produttivi e realistici. Io la soluzione in tasca non ce l’ho, e certamente avrò tralasciato molti aspetti su cui agire, ma c’è bisogno del contributo di tutti per modificare un sistema culturale e sociale sempre più borderline e, dai dati che emergono, anche perdente.