Le polemiche sul Fertility day sono ormai lontane, le promesse del ministro Enrico Costa pure. Perché il piano annunciato per il 13 settembre c’è, ma non si vede. Almeno per ora. La bufera sulla campagna del Fertility day fa porre alcuni interrogativi su cosa abbia fatto il governo finora per aiutare i genitori che vogliono avere figli a concepirli e mantenerli e, soprattutto, su cosa farà in futuro. Che cosa sia stato fatto negli anni passati lo ha detto lo stesso ministro per gli Affari regionali e le Autonomie con delega alla Famiglia: “Sono state approvate misure per il sostegno alla famiglia contrapposte o che si sono contraddette” e che oggi “non sono più attuali o non sono finanziate”.

In sintesi: oggi regna il disordine normativo. Cosa accadrà in futuro? Non è facile intuirlo. Il ministro Costa in più occasioni ha annunciato che il 13 settembre sarebbe stato presentato il Piano di sostegno alla famiglia e qualche anticipazione, a dire il vero, l’aveva già data nel corso di alcune interviste: tra le intenzioni quella di introdurre il bonus già in gravidanza e un voucher per gli asili nido. Poi la data fatidica è arrivata, quella della presentazione del programma di Area Popolare per la manovra economica. Il ministro ha parlato del piano, ma non c’è un documento consultabile. Forse perché si tratta del piano del ministro Costa, benedetto dal capo di partito (Ncd) Angelino Alfano, ma non ancora diventato quello con il sigillo del governo da inserire nella legge di Stabilità. Così ilfattoquotidiano.it ha chiesto allo staff del ministro se fosse disponibile. “Non è possibile, il ministro l’ha presentato. Se non c’eravate, ricavatelo dalle agenzie”, è stata la risposta dello staff di Costa. Il fatto è che il ministro non ha aggiunto molto di più a quanto già detto nelle scorse settimane. Nel frattempo, però, c’è chi passa ai fatti. Sarà stato un caso, ma proprio il 13 settembre il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione, riconoscendo la necessità di creare condizioni lavorative favorevoli all’equilibrio tra vita privata e professionale come presupposto per contrastare il calo demografico.

LE PAROLE DEL MINISTRO: DAGLI ANNUNCI AL CONVEGNO – Nella Penisola, invece, le cose vanno diversamente. Ai microfoni di Radio 24, il 23 agosto scorso il ministro Costa ha ricordato che nel Documento di economia e finanza è stata inserita la previsione di un Testo unico della famiglia. Per il quale – ha poi annunciato il ministro al convegno di Area Popolare – “abbiamo già scritto e trasmesso la delega”. L’obiettivo è il riordino della materia e una semplificazione delle norme. Resa necessaria dai dati sulla natalità in Italia: “488mila nati nel 2015, quando negli anni ’60 superavano il milione. Siamo il Paese con il più basso tasso di natalità del mondo, 1,37 figli per donna”, ha ricordato Costa. Il piano pensato dal ministro prevede incentivi mirati non solo per reddito, ma anche per età. “Noi stiamo diventando un paese di figli unici – ha ribadito al convegno di Area Popolare – non possiamo pensare di invertire questa tendenza con una misura, serve una politica organica, serve stabilità”. L’idea è quella di estendere il bonus bebè alle donne al settimo mese di gravidanza, mentre oggi solo dopo la nascita del bimbo scatta il bonus di 80 euro mensili (960 euro l’anno per tre anni) per le famiglie con un reddito non superiore ai 25mila euro l’anno. Facendo due calcoli, si tratta di circa 2,6 euro al giorno. E dato che nel 1975 l’età media in cui le donne mettevano al mondo il primo figlio era 24,7 anni e oggi è 30,7, come già annunciato nelle scorse settimane, il ministro Costa vorrebbe ampliare il numero delle famiglie a cui destinare il bonus: “Va esteso a tutte le mamme under 30”, a prescindere dal reddito.

UNA QUESTIONE DI RISORSE – E sempre per la stessa fascia di età sarebbero previste anche detrazioni fiscali. Ma non è ancora chiaro quale sia il margine di manovra per l’ampliamento del bonus bebè, viste le risorse finanziarie a disposizione. Se il Fondo per le politiche della famiglia 2016 prevede lo stanziamento complessivo di circa 15 milioni di euro (il 20 luglio scorso la Corte dei Conti ha registrato il Decreto di riparto), sono 7,5 i milioni destinati al finanziamento di interventi delle regioni ed enti locali a sostegno della natalità. Tra i primi obiettivi l’aumento dei posti negli asili nido. “Dobbiamo avere più coraggio – ha detto il ministro – pensare a un voucher di 1000 euro per gli asili nido e al sostegno alla crescita del figlio, anche dopo i tre anni di età, per esempio con un voucher per le spese delle famiglie, che sia progressivo, per sostenere soprattutto le famiglie numerose”. Nel documento sarebbero previsti anche sconti sui prodotti per la prima infanzia, biberon, pannolini. La strada da percorrere può essere sia quella della detrazione, ma anche di un intervento ad hoc sull’Iva.

COSA C’È DI NUOVO IN EUROPA – Nel frattempo, il 14 settembre scorso, il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione per una work-life balance nel mercato del lavoro, con 443 voti a favore, 123 contro e 100 astenuti. Il documento farà da base al Piano per contrastare il calo demografico, creando condizioni lavorative favorevoli all’equilibrio tra vita privata e professionale come presupposto allo sviluppo della famiglia e all’aumento della natalità. Un altro film, rispetto al Fertility day. Il Parlamento chiarisce che le politiche di conciliazione devono occuparsi delle esigenze delle famiglie, “dalla nascita dei figli all’assistenza ai genitori anziani”. Priorità sarà data al miglioramento dell’accesso delle donne al mercato del lavoro e all’equa ripartizione tra donne e uomini delle responsabilità domestiche e di cura.

Una rivoluzione se si considera che, secondo i dati forniti nelle stesse premesse della risoluzione, nel 2015 “il 50% dei lavoratori europei ha svolto la sua attività durante il proprio tempo libero, al 31% dei dipendenti vengono cambiati periodicamente gli orari (anche con breve preavviso)” e che nonostante la settimana agli uomini siano retribuite 47 ore di lavoro a settimana e alle donne solo 34, in realtà sommando il lavoro retribuito e quello svolto a casa (non retribuito), le donne arrivano a 64 ore settimanali contro le 54 degli uomini. Con la risoluzione si invitano Unione Europea e Stati membri a promuovere “modelli di welfare aziendale che rispettino il diritto all’equilibrio tra vita professionale e vita privata”. Sui congedi, in particolare, il Parlamento ha chiesto alla Commissione “di avanzare una proposta ambiziosa corredata da norme di alto livello”, ricordando che dare la possibilità alle persone di disporre di formule di congedo ad hoc per le varie fasi della propria vita significa “incrementare la partecipazione all’occupazione, l’efficienza complessiva e la soddisfazione professionale”.