Le due chiacchiere en amitiè dietro le quinte del teatro San Carlo tra il premier Renzi e il sindaco de Magistris non si sono fatte. Eppure mezza Napoli, quella che in ghingheri è corsa alla serata di gala organizzata da Il Mattino, se l’aspettava. L’altra metà, quella che è rimasta fuori, scoppiettante e scalpitante, aspetta come una manna i 300 milioni di euro stanziati dal governo per il risanamento Bagnoli.

Il pomo della discordia è sempre lui, l’omaccione buono per ogni commissariamento (dal San Carlo a Bagnoli), Salvatore Nastasi, che dal palco reale faceva il gran cerimoniere. Senza mostrare alcun imbarazzo, mentre Renzi e de Magistris si lanciavano frecciate a sguardo basso. A fare da terzo incomodo Jonas Kaufmann, dicono il tenore più famoso al mondo. Anche lui dal proscenio si lanciava con un filo di voce, stanca e priva di acuti, in un “O’ sole mio” con accento teutonico. Imbarazzante la scelta della canzone di chiusura, quella de “ll Padrino”. Che da Antonella Stefanucci, attrice di teatro e voce acuta (almeno lei ce l’ha!) sui “fenomeni” culturali e cittadini, è stata letta in chiave metaforica. Insomma una serata auto celebrativa, in stile “Mani sulla città”. Antonella al dopo teatro, nel borbonico e polveroso Circolo Unione, ha preferito – in compagnia dello scrittore Maurizio De Giovanni e del penalista Domenico Ciruzzi – una pizza sciuè, sciuè, lì di fronte. La città, tra automezzi blindati, poliziotti in tenuta anti sommossa e armati fino ai denti, e cortei di manifestanti incazzati (ma disarmati) sembrava essere sotto attacco. Da parte di chi?

Esiste un altro Festival di Venezia, lontano anni luce dal glamour del tappetto rosso e dalle starlette in cerca d’autore (o di regista). Esiste un altro Festival di Venezia, indipendente, off, nel senso che fuori circuito ci sono sezioni collaterali dove si possono vedere opere che secondo Carmine Arnone, il cinefilo più appassionato che io conosca, sono molto, molto più interessanti dei conclamati finalisti. Interessanti anche perché fatte in buona parte con budget ridotti da giovani cineasti e sicuramente lontani dal grande business dell’industria cinematografica. Io e Carmine che siamo andati alle proiezioni rimaniamo, con buone probabilità, un unicum. Visto che gran parte di questi film, ripeto dai contenuti validissimi, saranno snobbati dalla grande distribuzione. Dunque, mi sono detta: adesso o mai più. Per apprezzarli. Come “Malaria“, del regista iraniano Parviz Shahbazi, inserito nella sezione Orizzonti.
Una ragazza ventenne simula un rapimento per allontanarsi con il fidanzato verso una Teheran sempre più moderna e vicina ai canoni di vita occidentali. I due si imbattono in uno scapestrato leader di una rock-band chiamata Malaria che li aiuta a sfuggire da minacciosi familiari oramai a conoscenza dell’inganno. Il tutto girato in chiave grottesca e drammatica. Apprezzata al Lido per la sua bellezza la protagonista, Azadeh Namdari, una Monica Bellucci con il velo (parziale, ma sempre velata).

Con “Sami blood” di Amanda Kernell andiamo invece nella Svezia della fine degli anni ’30, dove si narra della discriminazione razziale verso la minoranza etnica lappone. Sami è un’adolescente inserita in uno scioccante programma scolastico che, con estrema durezza, impone a lei e alle sue compagne per prima cosa la lingua svedese e un modello di vita occidentalizzato e globale. Sami cerca in tutti i modi di inserirsi nella nuova vita e per farlo deve rinnegare la sua famiglia e cambiare addirittura identità.
@januariapiromal