A Como la scena si ripete almeno due volte alla settimana da inizio agosto. I migranti che riescono a oltrepassare la frontiera tra l’Italia e la Svizzera vengono fermati e respinti dalla polizia elvetica, radunati alla stazione di Chiasso e riportati al confine, dove le forze dell’ordine li trattengono fino al raggiungimento del numero necessario a riempire due pullman. Secondo Celeste Grosso, attivista dell’Arci di Como e consigliera comunale di Paco-Sel, “si tratta di trasferimenti collettivi e indiscriminati, ai migranti non viene riferito dove verranno portati, salgono sulle corriere con i vetri oscurati della Raspinini, ditta che ha vinto l’appalto indetto dalla Prefettura di Como, e vengono trasferiti al sud Italia, prevalentemente all’hotspot di Taranto, anche se non possiamo escludere future operazioni di rimpatrio diretto anche verso paesi governati da dittature come avvenuto recentemente a Ventimiglia. Queste operazioni hanno un costo di circa 5mila euro a tratta per ogni pullman: 80 mila euro solo nel mese di agosto. Tuttavia, denunciano gli attivisti, “questi trasferimenti oltre che disumani e costosi, sono totalmente inutili. Dopo pochi giorni i migranti tornano alla stazione ferroviaria di Como San Giovanni”.

Sembra ispirarsi a un cinico “gioco dell’oca” la politica di “alleggerimento delle frontiere” rivendicata dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, che nei giorni scorsi ha rilanciato: “Bisogna calcare ancora di più la mano (…) dobbiamo affermare il principio che più vengono al nord per cercare di varcare la frontiera più li rimandiamo al sud.” Una linea che non piace ad Amnesty International, Medici Senza Frontiere e gran parte del mondo delle associazioni operative sul campo. Ma che sembra entusiasmare Matteo Salvini, che già lo scorso anno si era congratulato con Alfano per la linea dura sui rimpatri: “Sembra un leghista”, aveva detto il leader del Carroccio. Così a Como la situazione si evolve sul modello di Ventimiglia. Nel frattempo la Prefettura è pronta all’apertura di un centro di accoglienza gestito dalla Croce Rossa, collocato in via Regina Teodolinda, dove solo le persone autorizzate potranno svolgere servizio e avvicinare i migranti. Oggi a Como, nell’campo spontaneo che ha riempito le cronache dei mesi scorsi, sono presenti circa 500 migranti provenienti prevalentemente da Eritrea, Etiopia, Sudan e Nigeria, accampati dentro e di fronte alla stazione.

Tra questi moltissime le famiglie con bambini e i minori non accompagnati, oltre 600 di loro sono stati accolti nell’ultimo mese da don Giusto della Valle e dai parrocchiani e volontari di Rebbio. A sostenere i migranti e provvedere alle necessità più immediate i volontari della mensa di Sant’Eusebio, gli attivisti della rete “Como Senza Frontiere” e i “Solidali dell’info point”. Un’esperienza che sembra volgere al termine con l’apertura del centro di accoglienza. Ma la soluzione preoccupa chi in questi mesi ha assistito i migranti. “Lungi dal risolvere il problema – si legge nel comunicato di questi ultimi – il centro di accoglienza governativo lo nasconderà.” Per questo alcuni degli attivisti hanno convocato per giovedì 15 settembre alle 19.30 un corteo con partenza dalla stazione per contestare la gestione del campo, accusata di “bloccare definitivamente il transito verso la Svizzera” e di essere funzionale al “controllo e alla deportazione”.

Incontrando i migranti e ragionando con loro insieme ai mediatori di Terres des Hommes, la paura espressa più frequentemente è che sia stato tutto vano, che una volta al Centro possano essere rimpatriati nel paese dal quale sono fuggiti, come avvenuto con i 48 sudanesi di Ventimiglia. “L’Unione Europea nel 2015 ha speso il 70% delle risorse destinate agli immigrati per i respingimenti e solo il 30% all’accoglienza – sottolinea Celeste Grosso – invertendo le proporzioni si avrebbe una situazione dignitosa per i migranti e più sostenibile per tutti, oltre che una notevole riduzione delle spese.” Scenario improbabile in una “Fortezza Europa” che non sanziona gli stati che tornano ad alzare muri e non sembra riuscire nemmeno a far rispettare gli accordi di “relocation” tra paesi europei stretti appena lo scorso anno