Nessuno tocchi il panino a scuola. Ieri il tribunale di Torino ha rigettato il reclamo presentato dal ministero dell’Istruzione contro l’ordinanza del giugno scorso della Corte d’Appello che riconosceva il diritto agli studenti di portarsi il pranzo da casa e consumarlo nel refettorio con i compagni. Una battaglia legale che vede schierati da una parte oltre 58 famiglie che non ne vogliono sapere di far mangiare ai loro figli i pasti preparati dalle società di ristorazione e dall’altra parte le famiglie “anti-panino”, che temono rischi di contaminazione e non vorrebbero pagare il servizio (pulizia, assistenza) anche a chi non contribuisce al servizio mensa.

In mezzo alla diatriba: il Comune che non ha alcuna possibilità di entrare nell’organizzazione scolastica e che dal 3 ottobre ha previsto comunque il servizio “misto” rispettando la sentenza di giugno. Poi ci sono i dirigenti scolastici, divisi tra chi ha iniziato ad aprire gli spazi mensa anche a chi porta la “schiscetta” e chi prova a impedire l’esercizio di tale diritto. Dalla parte di questi ultimi le società di ristorazione che a seguito della riduzione di chi usufruisce della mensa minacciano un incremento dei costi. E ora il presidente della Regione Sergio Chiamparino chiede un intervento legislativo per arginare scontri e polemiche.

La storia – La vicenda ha inizio nel 2013 quando un gruppo di famiglie crea il comitato “Caro Mensa” : fanno ricorso al Tar per l’aumento delle tariffe e avviano una battaglia legale contro Comune e Miur per vedersi riconosciuto il diritto a portare il cibo da casa. Il tribunale amministrativo prima dice no poi la Corte d’Appello nel giugno scorso dà ragione alle 58 famiglie che hanno proseguito la battaglia ed estende il diritto al “panino free” a tutti. Comune, ministero, ufficio scolastico e Regione vanno in tilt. A Roma non ci stanno: il Miur resiste contro l’ordinanza d’urgenza emessa ad agosto che sancisce la libertà di scelta della “schiscetta”. Nel frattempo l’amministrazione comunale si attiva per garantire il servizio misto: entro il 23 settembre le famiglie devono dire se vogliono dare ai figli il panino preparato a casa; entro il 26 le scuole comunicheranno i dati agli uffici del Comune; il 3 ottobre si parte. Ieri la svolta: il giudice Enrico Astuni accerta e dichiara il diritto delle famiglie a scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto preparato a casa da consumare presso la scuola nell’orario destinato alla refezione.

La decisione del Tribunale – Il pronunciamento del giudice rimanda al Miur ogni osservazione. A supporto della sua tesi i legali del ministero hanno sostenuto che “i genitori che non vogliono avvalersi del servizio di mensa possono scegliere una formula diversa dal ‘tempo pieno’ o prelevare il figlio da scuola all’ora di pranzo, fargli consumare il pasto altrove e riaccompagnarlo per la ripresa pomeridiana delle lezioni”.

Un’interpretazione che secondo il tribunale “non ha un solido fondamento normativo ed entra in conflitto con gli articoli 3 e 34 della Costituzione. La refezione deve restare un’agevolazione alle famiglie, facoltativa a domanda individuale, senza potersi larvatamente imporre come condicio sine qua non per la scelta del tempo pieno. L’unica alternativa, ragionevolmente praticabile, rispettosa dell’articolo 34 della Costituzione, consiste nel consentire agli alunni del tempo pieno che non aderiscono al servizio di refezione di consumare a scuola un pasto domestico”.

Il tribunale entra anche nello specifico: “L’utilizzo dello stesso refettorio, se questa è la scelta organizzativa dell’istituto scolastico, può rendere opportuno stabilire regole di coesistenza: regole che hanno anche e, soprattutto, la funzione di mantenere chiarezza sull’ambito entro cui la ditta appaltatrice può essere chiamata a rispondere per il cibo somministrato in mensa. Che ciò porti alla divisione in due ali del refettorio o all’avvicendamento di gruppi di utenti, si tratta comunque di coesistenza e non di reciproca esclusione”.

Pro-panino – Una vittoria per Giorgio Vecchione, papà di un bambino di sei anni che è compagno di classe dei promotori dell’iniziativa. Vecchione ha difeso le famiglie fin dall’inizio: “L’ordinanza boccia il Miur sotto ogni profilo. Il tribunale dichiara che la mensa è un tempo educativo a tutti gli effetti. Non è impossibile imporre alle famiglie l’obbligo di aderire o meno al servizio che è invece una facoltà. L’unica alternativa al digiuno è quella di dotare i figli del pasto domestico: questo è l’esercizio del diritto all’istruzione che trova le basi nell’articolo 34 della Costituzione. E’ pertanto obbligo dei singoli istituti organizzarsi in modo tale che questo tempo venga impiegato dai ragazzi non per mangiare isolati ma per stare con i compagni e gli insegnanti”. Restano gli ostacoli: “Il problema – spiega Vecchione – è che molti dirigenti scolastici non si vogliono adeguare e c’è un rimpallo di responsabilità tra ministero e amministrazione. Questa battaglia non riguarda solo Torino ma si tratta di un diritto costituzionale che potrà essere esercitato in qualsiasi parte del Paese”.

E a chi si lamenta per le pretese di questi genitori che secondo alcuni vorrebbero usufruire di un servizio senza pagare oltre che a frigoriferi e forni per riscaldare il cibo dei loro figli, il papà-avvocato risponde: “Se vogliamo parlare di equità sociale allora il servizio mensa venga spalmato su tutta la cittadinanza. Spremono i genitori che pagano per chi non può pagare: se è un servizio sociale va reso obbligatorio e tutta la comunità deve contribuire. Abbiamo chiesto il diritto a portarci il cibo confezionato dai genitori in contenitori termici: sappiamo bene che non possiamo costringere la pubblica amministrazione a fornirci di frigo e forni. Non li abbiamo chiesti e i nostri figli porteranno tovaglie, tovagliette, posate e bicchieri. In questo momento sono parecchi gli ostacoli posti dai dirigenti che risponderanno del loro operato. Da lunedì prossimo mio figlio andrà con la “schiscetta””. Vecchione ha una speranza: “Fermo restando che il diritto soggettivo è insindacabile, l’obiettivo è un miglioramento del servizio attraverso la rivisitazione dell’intero sistema. Spero un giorno di potermi svegliare mezz’ora dopo per non preparare il pasto a mio figlio la mattina”.

Anti-panino – Un altro avvocato, un altro papà, Alessandro Lazzari è pronto a dar battaglia con dei controricorsi per difendere a spada tratta la mensa: “Siamo di fronte a dei rischi di contaminazione e di infezione. Da una parte abbiamo dei professionisti dall’altra parte un genitore che può anche fare un errore mentre cucina: la conserva con botulino è più facile in una cucina domestica che nella mensa della scuola. I controlli e le attenzioni sono diverse: i genitori non hanno le stesse competenze delle società di ristorazione. Non solo. C’è anche il rischio di discriminazione: potremmo trovarci il bambino che arriva a scuola con il caviale e quello con il tozzo di pane. Se la mensa è un momento educativo non va bene che vi siano comportamenti lasciati alla libertà del singolo. A questo punto la scuola dia delle prescrizioni: si dovrà arrivare al punto di pretendere dei menù identici così che i bambini mangino lo stesso cibo pur cucinato da mani diverse. Il panino da casa genera un appesantimento enorme della gestione del personale insegnante e crea un aumento di costi a carico della scuola. Con questa decisione del tribunale mi troverò a pagare il servizio anche di chi porta il panino da casa oltre a coltivare disuguaglianze”.