Il 27 agosto, un tweet dell’account della Regione Marche ha annunciato la distribuzione di cosiddetti “farmaci omeopatici” tra le popolazioni colpite dal terremoto, precisando successivamente che sono stati offerti a titolo gratuito, senza nessun aggravio per le casse regionali.

Secondo un approfondimento di Wired, sono stati donati da parte di quattro aziende che vendono “medicinali omeopatici” all’ospedale di Pitigliano in Toscana, nel quale si pratica da diversi anni la cosiddetta “medicina integrata”, che si occuperebbe della loro consegna.

Un’analisi semplicistica della vicenda (ma che immagino sia condivisa da alcuni nella comunità de Il Fatto Quotidiano) è che essendo i “medicinali omeopatici” solo acqua e zucchero, la loro diffusione non sia dannosa purché non avvenga in sostituzione di farmaci di provata efficacia in patologie serie. Inoltre, avendo un potenziale effetto placebo, la loro donazione in fondo potrebbe essere tollerata.

L’immissione in commercio di un farmaco efficace richiede il lavoro di migliaia di persone e moltissimi studi. Oltre a quello desiderato, i farmaci possono avere anche effetti collaterali. I medici consigliano la loro somministrazione dopo la valutazione del rapporto tra l’efficacia terapeutica e i potenziali effetti indesiderati. Per commercializzare un farmaco è necessario dimostrarne l’efficacia in una o più condizioni mediche. Di contro, per vendere un cosiddetto “medicinale omeopatico” può essere sufficiente diluire un qualsiasi preparato più volte, “decidere” a tavolino che debba curare qualcosa tramite un’ipotesi fantasiosa a piacere (senza la necessità di dimostrarlo) e apporre un’etichetta suggestiva su qualcosa che molto spesso è semplicemente una boccetta d’acqua, il cui contenuto non è distinguibile da un’altra boccetta d’acqua.

Come ricordato più volte, non c’è alcuna evidenza convincente che un qualsiasi “medicinale omeopatico” possa essere di aiuto in una qualsiasi condizione medica. Non sorprendentemente, in Italia la pubblicità dei singoli rimedi omeopatici (analogamente alle sigarette) non è consentita, ma spesso questo divieto è aggirato tramite articoli di pseudogiornalismo sull’omeopatia o iniziative analoghe.

Bisogna considerare che la distribuzione gratuita di qualcosa che non è un genere di prima necessità (fosse anche il contenuto di un blog) non è necessariamente un atto di generosità. È una delle strategie di marketing più antiche e maggiormente sfruttate, riassunta nell’espressione “There is no such thing as a free lunch”, coniata in occasione dell’abitudine di alcuni bar americani di offrire un pranzo gratis (il “free lunch”), spesso con alimenti molto salati, per aumentare da parte degli avventori il consumo di bevande alcoliche e ripagare indirettamente il cibo offerto.

Un altro aspetto che merita attenzione è che ogni volta che scrivo qualcosa sull’omeopatia, appaiono nel blog i commenti di qualcuno che suggerisce di provarla. È opinione diffusa che l’omeopatia funzioni per “effetto placebo”, e in questo senso la distribuzione gratuita di presidi omeopatici ai terremotati potrebbe (forse) avere una giustificazione. Anche se l’effetto placebo sicuramente esiste (è stato provato negli animali, nei neonati e utilizzato persino come forma di doping) l’omeopatia però “funziona” essenzialmente in un altro modo: grazie a una errata percezione degli esiti attesi. Diversi piccoli disturbi di salute si risolvono da soli, senza alcun trattamento. I medici che prescrivono l’omeopatia ne sono consapevoli, e quelli “bravi” si limitano a “curare” solo questi. La vendita di “medicinali omeopatici” sfrutta anche la strategia del “campione gratuito”. Il cliente (o la vittima, se preferiamo chiamarla così) che non è medico, si “sente meglio” ed è indotto erroneamente a credere che questo sia dovuto all’omeopatia. Ovviamente tutti i presunti effetti benefici evaporano una volta che si cerca di misurarli in modo rigoroso.

La donazione di “farmaci omeopatici” attraverso opere apparentemente caritatevoli non è qualcosa di nuovo. Ci sono delle organizzazioni che li diffondono in Africa (per trattare l’Aids), e gli omeopati si sono anche offerti (a parole, ovviamente) per trattare il virus ebola. Il marketing dei “medicinali omeopatici” percorre diverse strategie, tra cui una delle principali è di cercare un accreditamento verso le istituzioni (es regioni Toscana e Marche) o gli ospedali pubblici (es. Pitigliano).

Le popolazioni che soffrono a causa del terremoto hanno bisogno di aiuto e solidarietà concrete, non della distribuzione di qualcosa di inutile spacciato come una potenziale cura da parte delle istituzioni. Questa iniziativa ha molto il sapore di strategia commerciale (“se è gratis perché non provarlo?”) e pochissimo (direi in quantità omeopatica…) di generosità verso il prossimo.