Sono giorni cruciali per la cessione delle quattro banche poste in risoluzione lo scorso novembre. Alla fine di questa settimana scade infatti il termine per la presentazione delle offerte d’acquisto impegnative per Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti. E sulla base delle nuove offerte ricevute, questa volta si dovrà davvero decidere se vendere o se mettere in liquidazione gli istituti: il termine del 30 settembre è perentorio e sarà possibile forse ottenere una proroga di qualche settimana per finalizzare le trattative per la cessione, non certo per ripartire da zero come accaduto a luglio, quando le due uniche proposte d’acquisto sul piatto sono state respinte perché giudicate non congrue. Un fallimento che brucia, perché ha fatto perdere mesi di tempo e perché ha reso evidente la sottovalutazione del problema-Italia. Non è bastato infatti liberare le quattro banche regionali dalle sofferenze pregresse per renderle automaticamente appetibili per il mercato.

Il settore bancario italiano ha un serio problema di redditività, accentuato negli ultimi anni dalle politiche monetarie ultraespansive che hanno portato addirittura i tassi in territorio negativo, e una crescita per acquisizioni rischia di costare molto di più di quanto è in grado di generare, in quanto obbliga l’acquirente ad accollarsi i pesanti oneri di ristrutturazione delle realtà acquisite che – è bene ricordare – non sono realtà floride, ma banche messe in vendita per effetto di una procedura di risoluzione intervenuta dopo anni di gestione disastrosa e fraudolenta. Tutto ciò non può non pesare sulle valutazioni dei potenziali acquirenti che, giocoforza, sono pochi sia per il limitato ambito operativo delle banche in vendita, sia per il fatto che non sono poi molti gli istituti italiani ad avere in questa fase risorse aggiuntive da dedicare a un’acquisizione. In meno di dodici mesi il sistema bancario italiano nel suo complesso è intervenuto per finanziare la procedura di risoluzione e la ricapitalizzazione delle quattro banche attraverso l’anticipo di tre anni di versamenti obbligatori al Fondo di risoluzione nazionale, e poi ancora in buona parte per finanziare la costituzione del Fondo Atlante che è intervenuto a sostegno degli aumenti di capitale di Popolare Vicenza e Veneto Banca (altrimenti destinate al bail-in) e che acquisirà la tranche mezzanina dei non performing loans di MontePaschi. E non è ancora finita.

In queste condizioni è difficile immaginare che le quattro banche vengano vendute a un prezzo significativamente maggiore rispetto a quello delle offerte giunte a luglio che – secondo indiscrezioni – valorizzavano i quattro istituti meno di 500 milioni. Ora è stata scelta la strada dell’asta competitiva e, soprattutto, è stata accantonata l’idea di vendere tutto in blocco e questo potrebbe portare effettivamente a un qualche ritocco all’insù delle valutazioni, specie se dovessero esserci offerte concorrenti per lo stesso asset, anche se pare molto difficile. L’ultimo mese di trattativa, più che sul prezzo, verrà verosimilmente speso per ottenere maggiori garanzie a favore dei territori dove le banche operano, sia in termini occupazionali, sia in termini di erogazione del credito, garanzie che forse le offerte di luglio dei fondi di private equity non davano a sufficienza.

Il dato certo è che alla fine la procedura di risoluzione di Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti si rivelerà fortemente deficitaria e che, entro pochi mesi, il sistema bancario sarà chiamato a ricapitalizzare nuovamente il Fondo di risoluzione. All’avvio della procedura, nel novembre 2015, Unicredit, IntesaSanpaolo e Ubi erogarono un prestito ponte da 4 miliardi al Fondo di risoluzione. La prima tranche da 2,4 miliardi è stata rimborsata a dicembre 2015 utilizzando la contribuzione ordinaria e straordinaria delle banche italiane al Fondo, mentre la seconda tranche da 1,6 miliardi dovrà essere rimborsata entro luglio 2017. I costi del finanziamento non sono stati resi noti, nonostante su di esso vi sia una garanzia pubblica di ultima istanza (attraverso la Cassa depositi e prestiti) e nonostante le banche erogatrici siano quotate in Borsa: la solita opacità della Banca d’Italia, che male si concilia con una procedura di risoluzione che ha coinvolto migliaia di risparmiatori che hanno perso tutto e che ancora oggi stanno attendendo dal governo i decreti attuativi per poter accedere agli arbitrati, mentre coloro che avrebbero diritto ai cosiddetti “rimborsi automatici” ancora non hanno visto nulla. Un bel modo per recuperare la fiducia perduta di cittadini e risparmiatori.