La fama planetaria della Apple e la cifra monstre di 13 miliardi sono ingredienti che hanno reso la notizia della decisione adottata ieri dalla Commissione europea una tentazione mediaticamente irresistibile ed una vicenda politicamente incandescente. Osannata e plaudita da alcuni, criticata e contestata da altri, la decisione con la quale la Commissione europea ha ordinato al gigante di Cupertino di restituire al governo irlandese 13 miliardi di euro di tasse che avrebbe dovuto esigere dal 2003 al 2014 se non avesse riconosciuto – questa la tesi – un trattamento fiscale tanto favorevole da rappresentare un autentico aiuto di Stato illecito ai sensi del diritto dell’Unione, ha fatto il giro del mondo in una manciata di ore. Nella narrazione più diffusa questa scelta costituirebbe una pietra miliare nella lotta fiscale – e non solo fiscale – tra l’Europa ed i big dell’economia digitale, segnerebbe un giro di boa, un punto di non ritorno, la soluzione di un problema rimasto sul tavolo già troppo a lungo.

Tuttavia, non è così o, almeno, non è così a guardare alla decisione dal punto di vista giuridico, l’unico sulla cui base può essere commentata con obiettività. E’, infatti, evidente che – in questo come in ogni altro analogo caso – le ricadute politiche e mediatiche possono rappresentare degli effetti collaterali e delle conseguenze più o meno dirette che niente hanno niente a che vedere con la multa dell’Ue. Ed è importante che tale “separazione” tra l’esercizio del potere “giudiziario” di applicazione delle regole e quello legislativo di redazione delle leggi sia ferma, chiara e netta per evitare pericolosi fraintendimenti, equivoci ed errori interpretativi ad ogni livello.

Letta attraverso questa lente la scelta di ieri della Commissione europea deve necessariamente essere ridimensionata nella sua importanza, nel suo impatto e, soprattutto, nella sua portata salvifica e nella sua capacità di risolvere un problema reale che esiste ma resta sul tavolo. Il principio di diritto alla base della decisione, infatti, non è né nuovo, né originale e neppure caratteristico dell’economia digitale giacché dice semplicemente che nessuno Stato membro può attribuire ad una o più aziende un vantaggio competitivo su altre aziende sia riconoscendogli vantaggi economici diretti, sia vantaggi fiscali.

Il governo irlandese, secondo la prospettazione della Commissione che, peraltro, dovrà ora passare al vaglio dei giudici dell’appello, ha tradito questo principio con la conseguenza che Apple dovrebbe ora restituirgli il vantaggio fiscale percepito per “ripristinare” – o, almeno, provare a ripristinare – una situazione di equità con le altre società che operano in tutta Europa. I 13 miliardi, dei quali tanto si parla, non sono una sanzione commisurata alla gravità dell’illecito ma, più semplicemente, il risultato di un’operazione aritmetica volta a determinare l’ammontare delle tasse che Apple avrebbe dovuto versare al governo di Dublino in assenza di ogni trattamento eccezionale ovvero di ogni aiuto di Stato.

E, peraltro, a ben vedere, come in ogni vicenda di aiuti di Stato se c’è un soggetto più responsabile dell’altro tra lo Stato che riconosce l’aiuto ed il privato che ne beneficia, non c’è dubbio che si tratti del primo, il cui sistema e le cui regole si sono piegate alle esigenze di un’impresa o le hanno addirittura anticipate. E qui il paradosso – anche in questo caso, tuttavia, non nuovo né originale – è che ora la Commissione chiede ad Apple di restituire all’Irlanda 13 miliardi di tasse che l’Irlanda non le ha mai chiesto e, anzi, continua a non volere tanto da aver annunciato l’intenzione di impugnare la decisione, contestando, dunque, l’idea di avere il “diritto-dovere” di esigere questa montagna di denaro.

Ma c’è anche un paradosso nel paradosso perché se anche Apple un giorno dovesse effettivamente versare al governo di Dublino 13 miliardi di euro, quest’ultimo si ritroverebbe due volte avvantaggiato giacché oltre ad essersi garantito negli anni la fama di approdo preferito dai giganti della digital economy con tutti i naturali vantaggi che ne derivano, vedrebbe il suo erario arricchito di cifre miliardarie.

Ma non basta. Il vero paradosso di questa vicenda è che, quando il giudizio d’appello l’avrà risucchiata nell’oblio, sui tavoli europei e su quelli dei negoziati tra Europa e suoi partner internazionali resteranno irrisolte tutte le grandi questioni che fanno solo da scenario di contesto nella decisione di ieri della Commissione. Dove deve considerarsi prodotto il valore dei giganti dell’economia digitale di oggi e di domani? Dove inventano, elaborano e scrivono software e algoritmi e progettano i loro prodotti o in ogni Paese in cui li commercializzano? Ed in che misura?

E non c’è solo il fisco perché non sono state solo le regole fiscali, negli anni, a trasformare l’Irlanda in una metà tanto ambita dai colossi della Rete. Ci sono le regole del commercio elettronico, quelle in materia di responsabilità degli intermediari, quelle in materia di diritto d’autore e quelle sul diritto alla privacy, solo per citare le principali. Tutte questioni che in teoria hanno – o, almeno, dovrebbero avere – una disciplina europea uniforme ma che nella realtà continuano ad essere declinate a livello nazionale con sensibilità ed approcci tanto diversi da far sì che esistano Paesi, come l’Irlanda, dotati di un appeal maggiore per piccole e grandi imprese della digital economy e Paesi che non ne sono dotati.

Uniformare le regole dei mercati – non solo quelle fiscali – e farlo in modo equilibrato pensando che le stesse regole devono governare il business dei giganti ma anche quello dei giovani virgulti europei è la partita ancora tutta da giocare ed in relazione alla quale la Decisione della commissione significa poco o nulla. Vincere questa partita significa trasformare l’Europa in un ecosistema a misura di digital economy, perderla – o, peggio, non giocarla affatto – e preferire investire tempo e risorse tra corse in avanti e rincorse dei big in una dimensione quasi punitiva, produce poco domani e potrebbe risultare controproducente dopodomani.

Ecco perché è pericoloso, quello che pure sta avvenendo almeno mediaticamente e politicamente, ovvero mettere in uno stesso calderone la decisione della Commissione europea di ieri, l’idea di introdurre dei nuovi diritti d’autore per obbligare Google e pochi altri big a riconoscere qualche decina di milioni di euro agli editori e le battaglie nazionali di matrice fiscale contro le grandi corporation della digital economy. La priorità sono poche regole, chiare ed uniformi per rendere davvero digitale l’Europa.