Sono migliaia, sepolti dopo essere stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, decapitati, investiti con autoveicoli o in altri modi. In Iraq e in Siria sono state scoperte 72 fosse comuni, dove l’Isis ha nascosto tra i 5.200 e i 15mila corpi, che si aggiungono a tante altre centinaia rivenuti in passato. Numeri che sono il risultato di un’indagine condotta dall’agenzia Ap che si basa su racconti dei sopravvissuti, fotografie e immagini satellitari. E oltre alle fosse comuni, un’inchiesta del Guardian accusa l’Onu di aver offerto aiuti umanitari e stipulato contratti per progetti di assistenza economica da decine di milioni di dollari in Siria ad aziende e organizzazioni di beneficenza controllate da familiari o persone vicine al presidente Bashar al Assad. Nel Paese la situazione continua a essere gravissima: secondo il Network siriano per i diritti umani i siriani scomparsi dal 2001 a oggi sono 71.533. 4109 sono bambini.

Le vittime delle fosse comuni – Le vittime sono membri della minoranza religiosa Yazidi, considerati pagani dai fondamentalisti sunniti dell’Isis, sciiti, giudicati apostati, militari degli eserciti iracheno e siriano, civili considerati traditori. Massacri che gli uomini dello Stato islamico non hanno cercato di nascondere e di cui, anzi, si sono spesso vantati pubblicando in rete le immagini delle esecuzioni. La carenza di risorse e personale da utilizzare e il lungo lavoro necessario per recuperare e riconoscere i cadaveri, fanno dubitare che sarà effettivamente possibile un giorno portare in giudizio almeno parte dei responsabili.

“Vogliamo tirarli fuori ma le autorità ci rispondono che devono rimanere là in attesa che arrivi una commissione per esumarli”, dice tra gli altri Rasho Qassim, un uomo che nel 2014 ha perso due figli nel massacro degli Yazidi nei pressi del Monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq. Un altro abitante della regione, Arkan Qassem, racconta di avere osservato da lontano, con l’aiuto di un binocolo, i jihadisti dell’Isis uccidere sistematicamente, per sei giorni consecutivi, gli uomini del villaggio di Hardan, per poi seppellirli con i bulldozer.

Secondo la Ap, delle 72 fosse scoperte finora, 55 sono in territorio iracheno e 17 in Siria. Le immagini satellitari ottenute dalla società di Intelligence AllSource Analysis sono state preziose per identificare i luoghi dei peggiori massacri. Come quello di 600 detenuti, in gran parte sciiti, della prigione di Badush, vicino a Mosul. O come quello di 400 membri del clan tribale degli Sheitat, i cui corpi sono stati trovati in una fossa nella provincia orientale siriana di Deyr az Zor. O ancora quello di 160 soldati siriani uccisi nella provincia di Raqqa. Finora l’unica sentenza emessa per uno dei massacri dell’Isis – ma per il quale il governo iracheno accusa anche ex fedelissimi di Saddam Hussein, anch’essi sunniti – è quella che il 21 agosto ha portato all’impiccagione nel carcere di Nassiriya di 36 uomini giudicati colpevoli di avere partecipato all’uccisione, nell’estate del 2014, di oltre 1.500 soldati della base di Speicher, vicino a Tikrit, anch’essi in grande maggioranza sciiti.

L’inchiesta del Guardian – E dal giornale inglese arrivano pesanti accuse all’Onu, che avrebbe appaltato alcuni contratti a businessman graditi a Damasco già sottoposti alle sanzioni di Europa e Stati Uniti. Le Nazioni Unite hanno pagato più di 13 milioni di dollari al governo siriano per lo sviluppo agricolo e 4 milioni sono andati all’azienda petrolifera statale, nonostante le sanzioni imposte dalla Ue. Altri 8,5 milioni di dollari sono finiti al Syria Charity Trust, associazione guidata da Asmae al Assad, moglie del presidente siriano, sottoposta a restrizioni internazionali. E la lista prosegue: 267.933 dollari sono stati dati dall’Unicef all’associazione Bustan di Rami Makhlouf, cugino del presidente e coinvolto nell’inchiesta Panama Papers, che nel corso di questi anni ne ha ricevuti altri 700mila dalle Nazioni Unite per la sua compagnia telefonica, la SyriaTel, nonostante anche lui sia sottoposto a sanzioni. Inoltre, ricorda il Guardian, le sue associazioni benefiche sarebbero collegate a gruppi paramilitari attivi in Siria. Nel comparto sanitario, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha speso 5 milioni di dollari per il supporto della banca nazionale del sangue, controllata dal dipartimento della difesa siriano. Il totale delle compagnie siriane coinvolte sarebbe di 258, ognuna avrebbe ricevuto da 30mila a 54 milioni di dollari. Le Nazioni Unite hanno risposto al giornale inglese, spiegando che le scelte dell’Onu in Siria “sono limitate dal contesto di elevata insicurezza in cui si trovano ad agire le imprese e i partner, in zone assediate o difficili da raggiungere”.