Si chiama “Scudo dell’Eufrate“ed è l’operazione militare lanciata oggi dalla Turchia nel nord della Siria: l’obiettivo è cacciare l’Isis dalla cittadina di confine di Jarablus e frenare l’avanzata dei curdi siriani del Ypg.

A dare notizia dell’operazione in terra siriana è stato lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan in un discorso trasmesso in diretta dalla tv panaraba Al Jazeera. “Gli attacchi dalla Siria devono finire – ha detto Erdogan – A chi afferma che la Turchia avrà ripercussioni in questo o quel modo per questa operazione, dico di pensare piuttosto al proprio futuro. Il troppo è troppo – ha continuato il presidente – ogni popolo ha diritto a difendersi, e non ci importa quello che dicono della Turchia”.

Immediata la replica di Saleh Moslem, il leader dei curdi siriani del Pyd, che su twitter scrive: “La Turchia è nel pantano siriano. Sarà sconfitta come Daesh”. Dello stesso tenore le parole di  Redur Xelil, portavoce delle milizie curde Forze di difesa popolari (Ypg), che definisce l’intervento militare turco in Siria come “una palese aggressione negli affari interni siriani”. Xelil ha spiegato che la richiesta turca di ritiro a est dell’Eufrate delle milizie deve essere esaminata dalle Forze democratiche siriane, coalizione a guida statunitense contro l’Isis in cui il gruppo curdo è una parte importante. Per Ankara, però, sia il Pyd che le milizie del Ypg sono alleate del Pkk, considerate “gruppo terroristico“.

A stretto giro di posta arriva anche l’infuocata dichiarazione del ministero degli Esteri siriano che definisce l’operazione turca come una “flagrante violazione della sovranità” del Paese arabo. Damasco, si legge in una nota, “condanna il passaggio del confine turco-siriano da parte di carri armati e blindati turchi in direzione della città di Jarabulus con la copertura aerea della coalizione guidata da Washington”. “La lotta al terrorismo non significa espellere Daesh e avere al suo posto organizzazioni terroristiche, direttamente sostenute dalla Turchia”, scrive l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana citando una “fonte ufficiale del ministero degli Esteri” che chiede “di porre fine a questa aggressione” e invita “la Turchia e la coalizione a guida Usa a rispettare le risoluzioni internazionali”.

I primi ad entrare in Siria dal territorio turco – sempre secondo Al Jazeera – sono stati i miliziani ribelli dell’Esercito siriano libero, che da diversi giorni erano ammassati alla frontiera, in attesa del via libera da parte di Ankara per lanciare l’offensiva. Secondo fonti militari turche si tratterebbe di 5 mila ribelli, guidati dai turcomanni della Brigata del Sultano Murat, più diversi gruppi anti-Assad provenienti dalla zona di Aleppo e anche gli islamisti ultraconservatori di Ahrar al Sham.

Dopo poche ore i miliziani hanno preso il controllo di 4 villaggi nel nord della Siria. Secondo l’agenzia Dogan, i ribelli hanno anche ucciso 46 combattenti dello Stato islamico con l’appoggio dell’esercito di Ankara. I villaggi presi sono Keklice, Kivircik, Evlaniye e Guguncuk. Nell’operazione sono impegnati almeno 20 carri armati e una ventina di altri mezzi blindati, mentre anche i jet turchi F16 sono entrati nello spazio aereo siriano: è la prima volta dopo l’abbattimento del jet russo a novembre.

Già negli ultimi giorni la Tirchia aveva annunciato l’intenzione di “spazzare via” le organizzazioni che operano dalla Siria e che definisce come “terroristiche“. E il riferimento non è solo per l’Isis, ma appunto anche per le Forze di difesa popolari curde, le stesse che con il sostegno degli Stati Uniti hanno conseguito negli ultimi anni alcuni dei maggiori successi militari contro lo Stato islamico.

L’offensiva su Jarablus, quindi, punta anche ad evitare che siano le forze curde a conquistare la città, dopo avere strappato all’Isis una decina di giorni fa Manbij, circa 40 chilometri a sud. Le milizie curde si sono ulteriormente rafforzate nell’ultima settimana con combattimenti contro le forze governative siriane che hanno portato l’Ypg ad impadronirsi di buona parte della città di Hasaka.

Proprio oggi ad Ankara è atteso Joe Biden, il vice presidente degli Stati Uniti che incontrerà il premier Binali Yildirim e il presidente Erdogan.  “Diremo a Biden che gli Usa devono concedere l’estradizione di Fetullah Gulen“, ha detto il presidente turco. La Turchia, ha aggiunto Erdogan, “continuerà a inviare documenti” agli Usa “in relazione al tentativo di golpe”.
Gulen, che vive in esilio volontario in Pennsylvania dal 1999, respinge le accuse del governo turco che lo indicano come il regista del fallito golpe del 15 luglio. Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno effettivamente confermato di aver ricevuto da Ankara una richiesta formale di estradizione per Gulen, ma non in relazione alle accuse contro il predicatore per il tentativo di colpo di stato. “Vorrei che Gulen fosse in un altro Paese, non negli Stati Uniti”, ha detto Biden, aggiungendo che: “Gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a proteggere nessuno che abbia fatto danni a un alleato, ma dobbiamo rispettare i nostri obblighi legali. Il popolo della Turchia non ha amico migliore degli Stati Uniti”. Poi, il vice di Barack Obama si è espresso in favore dell’operazione turca in Siria: “Le forze curde siriane – ha detto Biden – devono ritirarsi ad est dell’Eufrate, mon possono avere, e non avranno, in nessuna circostanza, il sostegno americano se non rispetteranno questo impegno”.

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