Dopo lo stop di Nicola Gratteri, c’è un’altra voce fuori dal coro dei consensi della magistratura antimafia alla liberalizzazione delle droghe leggere. È quella di Catello Maresca, 42enne pm di punta della Dda di Napoli, l’autore della cattura del boss superlatitante Michele Zagaria e di una polemica non priva di strascichi su Libera e il suo monopolio di fatto nella gestione dei beni confiscati. Maresca nuota controcorrente rispetto alle aperture della Direzione Antimafia di Franco Roberti e al (prudente) sostegno del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Maresca è stato allievo di Roberti e da Cantone ha ereditato la scrivania e le indagini sul clan dei Casalesi. Nutre grandissima stima verso i colleghi oggi a capo dei due uffici nazionali. Ma esperienze di lavoro simili hanno prodotto opinioni diverse.

Dottor Maresca, i favorevoli alla liberalizzazione della cannabis sostengono che così si contribuirà a indebolire le mafie e si ridurranno i problemi di salute dei giovani consumatori, evitando quegli interventi chimici che portano alla dipendenza. Lei che ne pensa?
“Ero e resto fondamentalmente contrario. Le ragioni del sì non mi convincono. Prima di tutto perché ritengo auspicabile una legislazione armonica a livello comunitario per evitare un fastidioso turismo della droga di cui il nostro Paese non credo davvero abbia bisogno. Ma il motivo fondamentale è che non credo alla possibilità di sottrarre davvero la vendita delle droghe leggere alla criminalità organizzata. Non siamo ancora pronti”.

Il disegno di legge sulla liberalizzazione prevede che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli potrà autorizzare soggetti privati a coltivare cannabis e venderla in locali dedicati, sul modello dei coffee-shop olandesi, assicurando la tracciabilità della produzione e sanzioni contro chi la viola. Secondo lei questo sistema può reggere anche da noi?
“In un paese ideale potrebbe funzionare. Ma siamo in Italia e dobbiamo misurarci con la nostra realtà e le nostre esperienze. Lo abbiamo visto nei settori del gioco e delle scommesse, il mio ufficio ha fatto arrestare centinaia di persone che operavano in questi affari grazie a collusioni con la camorra, guadagnando contemporaneamente dalle scommesse ‘legali’ e da quelle clandestine”.

Un imprenditore può ragionevolmente investire nelle opportunità che si apriranno con la liberalizzazione delle droghe?
“Da pm dell’anticamorra, conosco bene certe dinamiche e so che in certi territori non esiste la libera concorrenza. Un imprenditore per bene non credo si metterebbe nel ramo delle droghe leggere e, come per il gioco e le scommesse, anche la gestione di questo settore finirebbe appannaggio di criminali senza scrupoli che continueranno ad approvvigionarsi di ‘erba’ dagli stessi canali finora utilizzati, magari per offrire droga a un prezzo più basso rispetto a quella ‘ufficiale e autorizzata’, come accade con il contrabbando di sigarette. Si offrirebbe così una veste legale ad un traffico che è destinato a restare nelle mani delle mafie”.

Però almeno, come per le scommesse, lo Stato ci guadagnerebbe un po’ di quattrini. Non trova?
“Ne siamo sicuri? Non credo neanche all’utilità economica. Anzitutto, almeno all’inizio il consumo di droga sarebbe destinato inevitabilmente ad aumentare. Si moltiplicherebbe il numero di giovani curiosi di provare, e non più inibiti dalle attuali sanzioni e dalla difficoltà di reperire la sostanza stupefacente. L’aumento di persone autorizzate a ‘sballarsi’ comporterebbe problemi di ordine pubblico. Così le entrate auspicate andrebbero rapidamente impiegate per aumentare controlli ed interventi delle forze dell’ordine, così come sarebbe destinata ad aumentare la  spesa sanitaria. Senza parlare degli effetti riflessi in termini dei cosiddetti costi sociali”.

Insomma, lei è contrario senza se e senza ma.
“Sono cauto. Molto scettico. Fondamentalmente contrario, l’ho già detto. L’unico punto che trovo interessante è il controllo del processo produttivo per ridurre i danni da dipendenza. Ma verrebbe vanificato dalle importazioni illegali”.