Un concorso “impossibileper una qualifica fantasma. E’ quello, attesissimo, per 80 funzionari restauratori. La fase di preselezione si è appena svolta e già fioccano ricorsi e diffide. Il motivo? In oltre 12 anni –  vale a dire dal varo del Codice dei beni culturali e del paesaggio – nessuno s’è preso la briga di stabilire chi in Italia ha titolo per metter mano al patrimonio d’arte più ricco al mondo. E dunque per partecipare alla selezione pubblica in corso. Il problema del sistema di qualifica si fa ineludibile con l’indizione del bando, uscito il 24 maggio 2016: per partecipare bisogna avere un titolo accademico conforme al nuovo percorso di laurea quinquennale – istituito nel 2009 – oppure la “qualifica” di restauratore. Problema: a rilasciarla è il Mibac, che la riserva però ai soli diplomati delle “sue” Scuole di alta formazione (Saf), non alle migliaia di professioni formati prima del 2009 che lavorano da anni sul campo. Il “concorsone” era l’occasione per raddrizzare la stortura, procedendo alle verifiche dei requisiti e all’inserimento di tutti gli idonei in un unico elenco, insieme ai nuovi laureati. Così non è stato, e la pezza si è rivelata peggiore del buco. Tanto che c’è chi chiede la restituzione delle rette versate per corsi universitari in “scienze del restauro” che non valgono l’abilitazione al concorso per restauratori.

597 giorni non bastano a verificare un elenco
A novembre 2015 il Mibact incarica una commissione di verificare oltre 6000 domande di qualifica pervenute da ogni parte d’Italia a seguito del bando. La sua istruttoria doveva terminare il 31 maggio 2016, in tempo per allargare la platea dei candidati al concorso del 24 maggio scorso. Ma 597 giorni non sono bastati a verificare un elenco di professionisti. I candidati in attesa della qualifica, dopo fior di proteste, vengono ammessi comunque ma con “riserva”, mentre a pochi giorni dal concorso – il 21 luglio – i diplomati Saf vengono ammessi d’ufficio, tanto che i loro nomi vengono pubblicati in un elenco provvisorio che farà ulteriormente infuriare gli aspiranti alla qualifica. Proprio oggi l’elenco parziale è stato sospeso dal Tar fino al 14 settembre, data di trattazione del ricorso promosso dal presidente dell’associazione “La Ragione del restauro”, Andrea Cipriani.

Ai professionisti in bilico non resta che “sperare” che la commissione verifichi la loro posizione in tempi utili a proseguire le prove. Ma ormai è una missione impossibile: le pre-selezioni si sono svolte 3 agosto e riprenderanno a settembre per terminare entro il 31 dicembre. La commissione, che è ancora in alto mare, finirà il suo lavoro solo sette mesi dopo. Sui social scoppia la polemica. “Andrebbe soppresso il suddetto corso di laurea in quanto non viene riconosciuta dal Mibact la figura professionale dei laureati –  sbotta una ragazza su Facebook – Pretendo il rimborso non delle 10 euro per l’iscrizione al concorso, ma delle tasse universitarie pagate. Vergogna!”. “Dai è una supercazzola – commenta un’altra laureata sul gruppo Concorso 500 funzionari Mibact – 10 euro pagati, libro comprato, un mese di studio. Cioè sono consapevoli che adesso la gente si incazza davvero? Anni di studio, riconosciuti in bando atteso 7 anni, primo concorso effettivo per una figura professionale da loro creata e riconosciuta e pensano sia legale una cosa simile dopo 15 giorni dall’uscita della domanda?”.

Lettere, appelli e proteste
Arrivano anche appelli, lettere e interrogazioni durissime all’indirizzo del ministro Franceschini. Il presidente dell’Associazione Italiana dei Conservatori e Restauratori di archivi e biblioteche Melania Zanetti parla di “una situazione di eccezionale gravità” , tale da comportare “responsabilità di carattere civile e forse anche penale delle quali chi di dovere sarà chiamato ovviamente a rispondere”. E parla di un concorso “dalle evidenti sperequazioni tra concorrenti” Antonella Docci, presidente dell’Associazione Restauratori Italiani e “con ripercussioni – si veda la creazione dell’elenco parziale di qualifica – che creano un grave pregiudizio anche sul piano lavorativo e professionale”. Lei stessa, ormai cinquantenne, da oltre 30 anni opera nel campo del restauro ma è in attesa del riconoscimento formale della qualifica che spetta a tutti i restauratori che ricadono nella norma transitoria e non solo a quelli che sono usciti dalle scuole del Mibact. Come altri ha partecipato al concorso “con riserva”, indicando cioè di avere in corso la pratica di verifica del titolo presso la commissione. “E’ una situazione davvero scandalosa che contribuisce a bloccare un settore gravemente in crisi, dove gli investimenti pubblici sono al minimo e le imprese che costituiscono il prezioso tessuto specialistico non lavorano più. Questa vicenda del concorso sembra certificare che in Italia non c’è la volontà di conservare il patrimonio di cui siamo custodi temporanei”.

Lo “stato dell’arte”
Parole che cadono su muri che crollano.  La vicenda appare tanto più incredibile se messa in relazione con lo “stato dell’arte”. Monumenti, reperti, archivi e opere cadono letteralmente a pezzi davanti agli occhi di turisti increduli, fin quando vengono interdetti del tutto per motivi di sicurezza. Qualche flash, da un patrimonio in rovina. Al Comune di Napoli ha appena chiuso i battenti l’archivio storico e non per ferie, ma per “gravi problemi di statica dell’edificio”. A Teano è stato sigillato il teatro romano, il più antico edificio da spettacolo interamente costruito su volte. Dalla Sardegna arriva l’urlo degli archivi di Stato, dove la carenza di personale e risorse sta mettendo a rischio un altro pezzo della memoria storica d’Italia. A Cefalù, in Sicilia, cadono letteralmente a terra i mosaici del duomo – che è un bene dell’Unesco – costringendo i visitatori, circa mille al giorno, a stare col naso per aria per evitarli. Ora il ministro Franceschini promette ben 182 milioni per 75 interventi di conservazione, manutenzione, restauro e valorizzazione di beni culturali sparsi per l’Italia. Presentando il decreto ha ribadito la volontà del governo di valorizzare il patrimonio culturale che è “uno degli assi fondamentali per il rilancio dell’economia del Paese”. Ecco, se togliesse anche la croce a chi deve farlo materialmente anche i mosaici di Cefalù potrebbero prima o poi smettere di piangere cadendo a terra.