Quando iniziai a interessarmi, da un punto di vista analitico, dei talent show compresi subito, quasi folgorato sulla via di Amici, gli obiettivi che quella industria di fenomeni stagionali, di cantanti usa e getta, sarebbe andata perseguendo: 1) fare in modo che il mercato discografico non sfornasse più artisti in grado di durare nel tempo; 2) far sì che nessun cantante fosse mai più autore della propria musica, limitandosi a essere interprete di musica altrui; 3) far sì che gli autori venissero relegati dietro le quinte, mandando avanti solo ed esclusivamente interpreti il più delle volte mediocri.

Perché tutto questo? Principalmente per una serie di motivi che definirli agghiaccianti è dir poco: 1) giungere al più totale controllo della vita e della carriera degli artisti “sfornati”; 2) silenziare le ingombranti personalità dei grandi autori e l’eventuale dissenso; 3) non consentire più alla musica di veicolare messaggi indesiderati, di formare, promuovere e sviluppare un pensiero critico. Un disegno preciso insomma che inizia oggi a ricevere più di qualche pubblica denuncia da parte di chi nel settore naviga da tempo immemore: “I talent distruggono la musica, i talent creano il karaoke, creano dei prodotti televisivi ma distruggono la musica” recitava poco tempo fa Red Ronnie ospite su Rai1, ribadendo e approfondendo poi il concetto in luogo di un’intervista concessa a Fanpage: “Lo stesso Mogol mi ha detto che Mogol e Battisti oggi non sarebbero usciti (…) succede che i veri artisti li fanno sloggiare e prendono chi ha una bella voce. Ma dove va una che ha – e, aggiungo io, solo – una bella voce?”.

Esatto, i veri artisti, coloro i quali scrivono la propria musica, esprimono il proprio pensiero, veicolano dei messaggi non vengono minimamente presi in considerazione, ragion per cui tutto il nuovo cantautorato italiano, tutti i giovani cantautori nostrani restano praticamente relegati nella sfera della musica indipendente, tagliati fuori dal mainstream. Gli odierni Battiato, Guccini, De André, De Gregori, Dalla e compagnia bella non ricevono spazio, scalzati da una nuova industria che, sfruttando giovani e ingenue leve, promuove e porta avanti solo ed esclusivamente se stessa: “Perché si tira a fare l’artista usa e getta? Perché – prosegue Red Ronnie – non gli devi dare l’opportunità di crescere, perché se cresce rompe i coglioni. Perché Jimi Hendrix che fa l’inno americano con le bombe sul palco di Woodstock, o Bono degli U2 che va a chiedere di cancellare il debito rompono le palle. E allora cosa hanno fatto? Hanno sostituito gli idoli. Oggi gli idoli che creano sono idoli vuoti, lo dico sempre”.

Vuotezza di contenuti, vacuità allo stato puro, assenza di messaggi sono i fini che persegue la diabolica industria del talent, fagocitando sogni (quelli dei giovani usa e getta) e orizzonti mentali (quelli del pubblico che inconsapevolmente si nutre di vuoto versato nel nulla). A far propria la denuncia contro i talent è anche Raf, che in una recente intervista concessa al Messaggero.it dichiara: “Nei talent è il criterio ad essere sbagliato: si premia solo il bravo interprete, il talento di chi ha una bella voce, ma questo è solo un aspetto dell’essere un bravo artista. C’è anche altro”, molto altro, diremmo noi. A mancare completamente è infatti il concetto di autorialità, concetto che porta con sé e sposa in pieno l’esercizio del pensiero critico: non esiste autore al mondo incapace di esercitare coscientemente il proprio pensiero, ma questo, evidentemente, non va più bene.

Non esisteranno più i Piero Pelù che dal palco di San Giovanni lanciano le proprie invettive contro il governo, i Celentano che denunciano la speculazione edilizia a Milano, i Battiato che dalla poltrona di Bruxelles definiscono “troie” i parlamentari italiani (uomini e donne, NdA) che per intascare una mazzetta venderebbero anche i propri familiari: quando personaggi di questo calibro si saranno definitivamente estinti non vi sarà più nessuno con lo stesso peso mediatico, coadiuvato da una più o meno ampia capacità critica, in grado di svegliare le coscienze, animare i dibattiti, opporsi al potere.

Dove sono finiti, giusto per citarne alcuni, i Matteo Becucci, I Moderni, Antonio Maggio, Ruggero Pasquarelli, Marco Carta, Tony Maiello e tutti gli altri ragazzi le cui carriere, lanciate dai talent, possono essere paragonate a un magnifico fuoco d’artificio, sorprendente ma completamente effimero? L’unica vera soluzione è quella di fermare l’ingranaggio, di mandare a casa i talent. Come? Non guardateli più.